Giuseppe Garibaldi.
...
.
...
Memorie.
Parte 3.
...
.
...
EDIZIONE DIPLOMATICA DALL'AUTOGRAFO DEFINITIVO A CURA DI ERNESTO NATHAN.
1907. SOCIET TIPOGRAFICO EDITRICE NAZIONALE, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Memorie. di Giuseppe Garibaldi.
...
.
...
INDICE di questa Parte.
...
.
...
Secondo Periodo.
...
.
...
5. Da Calatafimi a Palermo.
6. Rosolino Pilo e Carrao.
7. Continua da Calatafimi a Palermo.
8. Assalto di Palermo. 27 Maggio 1860.
9. Melazzo.
10. Combattimento a Melazzo.
11. Nello stretto di Messina.
12. Sul continente Napoletano.
13. Assalto di Reggio.
14. Ingresso a Napoli. 7 Settembre 1860.
15. Preludi della battaglia del Volturno. 1 Ottobre 1860.
16. Battaglia del Volturno.
17. Bronzetti a Castel Morrone. 1 ottobre 1860.
18. Combattimento di Caserta Vecchia. 2 ottobre 1860.
...
.
...
QUARTO PERIODO Dal 1860 al 1870.
...
.
...
1. 1862 Campagna di Aspromonte.
2. Campagna del Tirolo.
3. Battaglie, combattimenti.
4. Combattimenti di Bezzecca. 21 luglio.
5. Agro Romano.
6. Sardegna. Traversato sul mare. Continente.
7. Assalto di Monterotondo.
8. Mentana. 3 novembre 1867.
...
.
...
QUINTO PERIODO.
...
.
...
1. Campagna di Francia.
2. Combattimenti di Lentenay e Autun.
3. 21, 22 e 23 gennaio 1871.
4. 1871. Ritirata. Bordeaux. Caprera.
...
.
...
Appendice alle mie memorie.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
Secondo Periodo.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Da Calatafimi a Palermo.
...
.
...
Calatafimi sgombro da' nemici fu da noi occupato - 16 Maggio 1860 - La maggior parte de' nostri feriti, era stata trasportata a Vita - A Calatafimi trovammo i pi gravi feriti del nemico, e furon trattati da fratelli -
Avevano alcun rimorso coteste dominatrici famiglie d'Italia, nell'aizzare queste nostre popolazioni infelici - siccome mastini - le une contro le altre? Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio, non  stato forse d'inimicarle - per puro interesse individuale o dinastico? Ed il monticino di fimo e di sangue - come Guerrazzi chiama il papato - non  forse l, in Roma - nel cuore d'Italia - per venderla al maggiore offerente - e per tenerla perennemente divisa?
Sarebbe lunga e tediosa la storia di tutti cotesti signorotti - oggi per fortuna del nostro paese - per la maggior parte mendicanti - E se no, tuttora traditori e pervertitori delle nazioni.
Il 17 giungemmo ad Alcamo, citt importante - e vi fummo accolti con molto entusiasmo.
A Partinico il popolo era frenetico - Molto maltrattato dai soldati borbonici, anteriormente alla pugna di Calatafimi - quando questi tornarono fuggendo e sbandati, la popolazione di Partinico diede loro adosso - massacrando quanti potevano, e perseguendo il resto verso Palermo -
Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati borbonici, per le vie, divorati dai cani!
Eran cadaveri d'Italiani - da Italiani sgozzati - che se cresciuti alla vita dei liberi cittadini, avrebbero servito eficacemente la causa del loro oppresso paese - ed invece: come frutto dell'odio, suscitato dai loro perversi padroni - essi finivano straziati, sbranati dai loro propr fratelli, con tal rabbia da far inorridire le jene!
Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico, la collonna ascendeva per Borgetto sull'alti-piano di Renne - da dove dominava la Conca d'oro e la vezzosa Regina dei Vespri - che se Italia, fra le sue cento citt, avesse una mezza dozzina di Palermo - da molto tempo lo straniero, non calpesterebbe questa nostra terra - e certo, i governi dei birri e delle spie - o marcerebbero diritto, o il diavolo se li porterebbe via.
Renne, sarebbe una posizione formidabile, se, nello stesso tempo che domina lo stradale da Palermo a Partinico - essa non fosse dominata dalle alture immediate ad ostro e tramontana - che appartengono ai monti irregolari, che circondano la ricca vallata della capitale.
Renne  famosa nella campagna dei Mille, per due giorni di copiosa pioggia, passati senza il necessario per affrontare le intemperie - Ove fu assai incomodata la gente - ed ove quel pugno di prodi, prov: esser disposto ai disagi - siccome a sanguinose battaglie.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Rosolino Pilo e Carrao.
...
.
...
Prima del cinque Maggio, partivano da Genova due giovani Siciliani, con destinazione alla Trinacria -
L'uno, bellissimo, e castagno di capigliatura, apparteneva ai principi di Capace - ed aveva quella delicatezza di forme, che sembrano una specialit dell'agiatezza -
L'altro aveva la bellezza del plebeo meridionale con una capigliatura d'ebano - un volto regolare ma bronzato - tarchiato della persona - e robusto - Egli era, a non ingannarsi, uno di quella casta - che la fortuna ha condannato a menar le braccia per la sussistenza - e che qualche volta, stimolati dall'ambizione, si lanciano al di fuori della loro orbite, e se coadjuvati dal genio, si vedono transitare dall'infimo della condizione umana, ai gradini superiori - Tali i Cincinnati, i Mario, ed i Colombi -
Ambi poi, Rosolino Pilo e Corrao - a cuore di Leone - E i Mille, li trovarono in Sicilia, dopo di una traversata portentosa - facendo propaganda emancipatrice - e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna a sollevarsi - colla speranza di pronti soccorsi dal continente -
Due individui e non pi, sbarcavano sulla loro terra, proscritti, condannati a morte - e correvano l'isola intiera - compiendo il loro santo apostolato. E senza esitare dir: con tanta sicurezza - come sulla terra d'asilo - Sappilo tirannide! E sappi: che questa non  contrada da spie! Tu hai perduto il tuo tempo, prodigando ogni specie di corruzione! Qui, su questa lava del padre dei Volcani - il tuo potere brutto di sangue - e di vergogne -  efemero!
Butta gi: quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno pi crede, e mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo, o da Caracalla - qui, altro non  - che quistione di tempo - d'anni - forse di giorni - Che s'intendano questi ringhiosi discendenti delle discordie e della grandezza - ed in poche ore - come nei Vespri - verun vestigio rester pi del Maniscalchi, e simile sudiciume -
Rosolino Pilo, in una scaramuccia, con i borbonici, mentre i Mille facevano alcune fucilate nelle vicinanze di Renne, fu colpito da piombo nemico - mentre si accingeva a scrivermi, dalle alture di S. Martino - e stramazz cadavere -
Italia, perdeva uno de' pi prodi di quella brillante schiera - che col nobile contegno - fa obliare - o sentir meno le sue umiliazioni, e le sue miserie -
Corrao men fortunato di Rosolino - dopo d'aver pugnato valorosamente, in ogni combattimento del 60 - mor di piombo Italiano per gare individuali -
Sicilia - non dimenticher certamente quei due eroci suoi figli - veri precursori dei Mille -
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Continua da Calatafimi a Palermo.
...
.
...
Dopo d'aver passato due giorni a Renne - con forti piogge - senza ricoveri - e poca legna - per cui fummo obligati, bruciare anche i pali da telegrafo - scesimo sino al villagio di Pioppo - sopra Monreale; ma non era quella, posizione conveniente, per la pochezza delle nostre forze -
Verso il 21 - una ricognizione del nemico - ove vi furono poche fucilate - mi fece determinare di ripigliar posizioni pi forti - al dissopra dell'incrocicchio delle strade che confluiscono a Renne - tenendo cos, libere le comunicazioni, per la via di Partinico che avevamo percorso - e per S. Giuseppe pi ad Ostro -
La posizione suddetta era conveniente, come punto tattico - ed avressimo potuto ricevervi il nemico con vantaggio - Ma la strada, che da Palermo va a Corleone - mi sembr pi conveniente - a noi - sotto la doppia considerazione: di presentarci un teatro d'operazioni pi vasto assai - e per metterci a contatto colle bande pi numerose - che trovavansi dalla parte di Misilmeri, Mezzojuso e Corleone - ove mandato Lamasa per riunirle -
Mi decisi dunque, di traversare di notte - dallo stradale che occupavamo, a Parco, che si trova su quello di Corleone a Palermo.
Il movimento si principi prima di notte - ma le difficolt del sentiero, per ove dovettimo passare a spalla d'uomini - cannoni e materiale - e la dirottissima pioggia che dur tutta la notte - con folta nebbia - resero quella marcia la pi disagiata ch'io m'abbia eseguito - ed era gi gran giorno quando la testa della collonna, alla spicciolata giungeva in Parco -
I cannoni poi, appena verso sera terminarono d'arrivare con grandissimo stento -
La stessa pioggia, con nebbia folta, fu causa che il nemico, non ebbe conoscimento della nostra marcia - senonch molto dopo il nostro arrivo a Parco -
Parco  dominato da posizioni forti - che noi occupammo - e sulle quali fecimo alcune opere di difesa collocandovi i nostri cannoni - Coteste posizioni per sono dominate da alti monti - e quindi girabili -
Il 24 Maggio, il nemico usc da Palermo, con forze considerevoli, divise in due collonne - La prima veniva per la gran via, che dalla capitale va a Corleone, e nell'interno dell'isola - passando a Parco - La seconda dopo d'aver seguito per un pezzo, la strada di Monreale - travers la vallata - e minacci le nostre spalle - fiancheggiandoci alla sinistra - ed avviandosi verso le Portelle di Piana dei Greci -
Io non avrei temuto l'attacco di fronte - ad onta d'esser il nemico assai superiore in forze - ma il movimento alle spalle, per i monti che ci dominavano - mi fece disporre alla ritirata - prima dell'arrivo del nemico -
Ordinai, dunque, la marcia immediata dei cannoni e bagagli per la strada maestra - ed io con un pugno di Picciotti - e la compagnia Cairoli - mi recai ad incontrare per le Portelle, quella seconda collonna, che tentava di tagliarci la ritirata -
Il movimento nostro riusc a meraviglia - Io giunsi sulle alture, prima che il nemico se ne impadronisse - ed alcune fucilate lo fecero fermare - Dimodocch io mi trovai con tutte le mie forze a Piana - avendo per lo stradale di Corleone, libero tutto l'interno dell'Isola - e potendo movermi a piacimento -
Le popolazioni di Piana e Parco - ci giovarono moltissimo come ausiliari, e come pratici - massime un Barone Peta del primo paese -
A Piana dei Greci passammo tutto il resto della giornata - lasciando riposare la gente - In quel giorno ebbimo a deplorare la morte del prode giovane Mosto, fratello del Maggiore comandante della compagnia carabinieri Genovesi - che col solito valore, avea ritardato il procedere dei borbonici -
A Piana io mi decisi di sbarazzarmi dei cannoni e del bagaglio - per poter operare pi liberamente su Palermo - congiungendomi colle squadre di Lamasa che si trovavano allora a Gibilrossa -
Al far della notte - quindi, io feci seguire cannoni, e bagagli, sulla strada di Corleone agli ordini di Orsini. Io colla gente, dopo d'aver preso la stessa via per un pezzo - obliquai a sinistra nella direzione di Misilmeri - per un sentiero boschivo non molto disagiato.
...
.
...
Il movimento dei cannoni sulla via di Corleone, ingann il nemico, siccome io l'avevo sperato - Egli il 25, continu la marcia verso quella citt - credendo di perseguire tutta la forza nostra - ma non seguiva altro che Orsini - quasi senza gente -
Io traversai colla collonna il bosco Cianeto, ove dormimmo - il giorno seguente si raggiunse Misilmeri, ove la popolazione ci accolse con grande entusiasmo - ed il 26 a Gibilrossa - ove si trovava il nostro Lamasa con varie squadre riunite -
Dopo d'aver conferito con Lamasa, e cogli altri capi Siciliani, di fuori e dentro Palermo - si decise d'attaccare il nemico nella capitale della Sicilia -
In quel giorno 26 - vi furono vari stranieri, nel nostro campo - massime Inglesi ed Americani - manifestando molta simpatia per la bella causa dell'Italia - Un giovane ufficiale americano, si stacc un revolver dal cinturone e me l'offerse gentilmente come pegno dell'interesse che prendeva a noi -
Van Meckel e Bosco, comandavano la collonna borbonica che seguiva per Corleone dietro la nostra artiglieria - ed ignorando il nostro movimento su Gibilrossa - E bisogna confessare ad onore del bravo popolo Siciliano - che solamente in Sicilia, era ci eseguibile - S! e solamente dopo due giorni, della nostra entrata in Palermo - seppero quei capi nemici: d'esser stati da noi ingannati - e giunti nella capitale, mentre ci credevano a Corleone -
La sera del 26, al principio della notte - s'inizi la nostra marcia su Palermo, scendendo per un sentiero coperto, ed assai difficile, che conduce da Gibilrossa, sullo stradale di Porta Termini -
Alcuni incidenti successero nella notte - e ritardarono alquanto la nostra marcia - La nostra collonna composta di circa tre milla uomini, dovendo seguire un sentiero angusto e disagiato - formava una striscia estesissima - Per lo stesso motivo era impossibile: percorrere avanti e indietro la collonna per rannodarla - Poi un cavallo sciolto cagion alcune fucilate, che bastante allarmarono - Infine la testa avendo preso una strada che non era la buona, fummo obligati fermarci - per rimetter la gente sulla buona via - Dimodocch quando giunsimo agli avamposti nemici di Porta Termini - era gran giorno -
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Assalto di Palermo. 27 Maggio 1860.
...
.
...
Un nucleo di valorosi, condotti da Tuckery e Missori - marciavano di vanguardia - Tra essi, contavano: Nullo, Enrico Cairoli, Vigo Pelizzari, Tadei, Poggi, Scopini, Uziel, Perla, Gnecco - ed altri valorosissimi, i cui nomi son dolente di non poter ricordare.
Non potendo ricordare i nomi di coloro, che fecero parte di quella sacra schiera, ho pensato d'introdurvi i suddetti gloriosi martiri dei Mille che mi si presentano alla memoria, abbench non tutti appartenenti a detta schiera.
Cotesta schiera, scelta fra i Mille - non contava il numero, le barricate, i cannoni, che i mercenari del Borbone avevano assiepato fuori di Porta Termini - Essa tempestava e fugava - gli avamposti nemici, al ponte dell'Ammiraglio - e proseguiva -
Le barricate di Porta Termini, furono superate volando, e le collonne dei Mille, e le squadre dei Picciotti, calpestavano le calcagna della superba vanguardia e gareggiavano d'eroismo.
Non valse una vigorosa resistenza di numerosi nemici su tutti i punti - il fulminare delle artiglierie di terra e di mare - e massime un battaglione di cacciatori, collocati nel dominante convento di S. Antonino, che fiancheggiava sulla loro sinistra gli assalitori - a mezzo tiro di carabina -
Nulla valse: la vittoria sorrise al coraggio ed alla giustizia - ed in poco tempo, il centro di Palermo, fu invaso dai militi della libert Italiana -
Trovandosi la popolazione della capitale, complettamente inerme - essa non poteva da principio esporsi ai fuochi tremendi, che avevan luogo, per le strade - giacch non solo sparavano le artiglierie della truppa e dei forti - ma la flotta borbonica infilando le strade principali, le spazzava coi suoi forti projetti - Ed ognuno sa: che quando i bombardatori, ponno bombardare una povera citt senza esserne molestati - la loro bravura da cannibali s'acresce sommamente.
Ben presto, per, il popolo di Palermo, accorse all'erezione di quei propugnacoli cittadini, che fanno impallidire i mercenari della tirannide - le barricate! e vi si distinse come direttore il collonnello Acerbi dei Mille - milite valoroso di tutte le battaglie Italiane -
I popolani armati d'un ferro in qualunque guisa, dal coltello alla scure - presentavano nei giorni susseguenti, quelle masse imponenti - irresistibili - in una citt, a qualunque truppa, per ben organizzata che sia -
Da Porta Termini, a Fiera Vecchia, e da questa, io giunsi a Piazza Bologna - ove - vedendo difficile di poter concentrare un forte nucleo dei nostri, sparsi nella grande Metropoli - scesi da cavallo e presi stanza in un portone -
Posando la sella della mia Marsala (cavalla) per terra - e le pistoliere - una pistola percuotendo nel suolo - prese fuoco - e la palla mi sfior il piede destro, portando via un pezzo della parte inferiore del pantalone.
"Le felicit - mai giungo sole" dissi tra me.
Col comitato rivoluzionario di Palermo, composto di caldi patrioti, si risolvette di stabilire il mio quartier generale al palazzo Pretorio - punto centrale della citt.
Non gran contingente di armati, ci diede la citt di Palermo - giacch i borbonici aveano avuto gran cura di tenerla assolutamente inerme - ma convien confessare: l'entusiasmo di quei bravi cittadini mai venne meno - ne per i sanguinosi combattimenti delle vie - ne per il feroce bombardamento della flotta nemica - del forte di Castellemare, e del palazzo reale - Anzi molti, per mancanza di fucili, si presentavano a noi armati di pugnali coltelli spiedi - e ferri di qualunque specie.
I picciotti delle squadre, si battevano anche loro con bravura, e supplivano al decimato numero dei Mille.
Anche le donne furono sublimi di patriotico slancio - frammezzo a quell'inferno di bombe e di fucilate esse animavano i nostri, coi plausi, colle gesta, cogli evviva - Precipitavano dalle finestre, sedie, matterazzi, suppelletili d'ogni genere per il servizio delle barricate - e molte, si vedevano scendere nelle strade per ajutare ad innalzarle - La popolazione era rimasta sorpresa dall'ardito ingresso - ma passati i primi momenti di stupore, essa crebbe ogni giorno di coraggio e d'intrepidezza.
Le barricate uscivano da terra come per incanto - e Palermo divent assiepato di barricate - Il loro gran numero, era forse esorbitante - ma senza dubbio ci influ moltissimo ad animare il popolo, e gettar lo spavento nelle truppe borboniche - Poi, quel lavoro continuo, manteneva tutta la gente in moto, e serviva di pascolo all'entusiasmo -
Una delle difficolt maggiori della situazione, era la mancanza di munizioni - Si trovarono per fabbriche di polvere - notte e giorno si lavor a far cartuccie - ma la quantit era insufficiente per il battagliare incessante continuo contro le numerose truppe borboniche, occupanti i punti principali della citt - Quindi i militi e particolarmente i Picciotti che tiravano molto - mancavano di munizioni - e mi mettevano in croce per averne -
Nonostante, i borbonici, erano stati ridotti nel forte di Castellamare, palazzo di finanze, e palazzo reale, con alcune case adjacenti - e noi erimo padroni dell'intiera citt.
Il forte numero di nemici stanziava al palazzo reale, ove si trovava il generale in capo Lanza - e privi di comunicazioni col mare e colle altre loro posizioni -
Varie squadre nostre, occupavano gli sbocchi che dalla citt mettono alla campagna - dimodocch la truppa del palazzo reale col suo generale in capo - trovavansi assolutamente isolati - e cominciarono dopo i primi giorni a sentir penuria di viveri, e ad esser ingombri di feriti - Ci decise il Lanza a far delle proposizioni - la di cui base - era la sepoltura dei morti, che cominciavano ad imputridire, ed il trasporto dei feriti a bordo della flotta - per esser condotti a Napoli -
Ci richiese un'armistizio di 24 ore - e Dio sa: se noi ne avevimo bisogno - obligati com'eravamo di fabricar polvere e cartucci - che si tiravano appena fabricati -
E qui giova ricordare: che nessun soccorso d'armi, o di munizioni ci venne dai legni da guerra ancorati nel porto e sulla rada - compresa una fregata Italiana - in cui giorni solenni, in cui avressimo pagato a peso di sangue, alcuni mazzi di cartuccie - Se ben ricordo: si compr un vecchio cannone in ferro da un bastimento Greco -
L'apparizione delle collonne borboniche Van Meckel e Bosco, - che dopo d'aver proseguito verso Corleone in traccia di noi - tornavano sulla capitale - quasi fece cambiare di risoluzione il generale nemico -
Realmente, i due capi suddetti alla testa di cinque a sei milla uomini di truppe scelte - era fatto di molta importanza e che poteva riuscir fatale a noi - Essi delusi nella speranza d'averci sorpresi e dispersi - ed informati all'opposto della nostra entrata in Palermo - ingannandoli - arrivarono bollenti di dispetto - ed assaltarono risolutamente Porta Termini -
Le poche mie forze, e spiegate su tutta la superficie della citt - potevano difficilmente presentare il contingente bastevole, per opporsi all'irrompente nemico - Nonostante i pochi nostri che si trovavano verso Porta Termini, si difesero bravamente - ed il terreno ceduto sino a Fieravecchia, fu disputato palmo a palmo -
Avvertito del progresso del nemico da quella parte, io raccolsi alcune compagnie dei nostri - e mi spinsi a quella via -
Cammin facendo, io fui avvertito che il generale Lanza desiderava continuare le trattative a bordo dell'Annibale vascello ammiraglio Inglese - che si trovava sulla rada di Palermo - comandato dall'ammiraglio Mundy -
Io lasciai il comando della citt al generale Sirtori mio capo di Stato Maggiore, e mi recai sul vascello suddetto, ove trovai i generali Letizia e Chretien, che venivano per conferire con me, da parte del generale in capo dell'esercito nemico -
Io non ho ora presenti le proposizioni fattemi dal generale Letizia - Ma ben ricordo: trattarsi di cambio di prigionieri, d'imbarco dei feriti sui bastimenti della flotta - permesso di viveri a quelli del palazzo reale - di concentramento delle forze nemiche ai quattro venti - posizione con grandi stabilimenti a contatto col mare - e finalmente un presentazione di rispetto e d'ubbidienza per parte della citt di Palermo - a S. M. Francesco II -
Io ud con pazienza la lettura dei primi articoli della proposta - ma quando il lettore giunse all'articolo umiliante per la citt di Palermo - mi alzai sdegnato, e dissi al generale Letizia - ch'egli ben conosceva: aver da fare con gente che sapeva battersi, e che non avevo altra risposta.
...
.
...
Mi chiese egli una tregua di 24 ore per imbarcare i feriti, ch'io accordai, e cos fini la conferenza -
Qui v' da osservare passando, che il capo dei Mille trattatto da Flibustiere, sino a questo punto, divenne a un tratto Eccelenza - titolo con cui egli fu nojato in tutte le transazioni seguenti - e sempre disprezzato - Tale  la bassezza dei potenti della terra, quando colpiti dalla sventura -
La situazione comunque, era tutt'altro che bella - Palermo mancava d'armi, e di munizioni - Le bombe avevano smantellato parte della citt - Il nemico stava dentro colle sue migliori truppe - e ne occupava col resto le posizioni pi forti - La flotta infilava le strade colle sue artiglierie - ed i cannoni di palazzo reale, e Castellamare l'ajutavano nell'opera di distruzione -
Io rientrai nel palazzo Pretorio, ove trovai i principali cittadini che mi aspettavano - e che coll'acuto sguardo meridionale, cercavano di leggere negli occhi miei le mie impressioni sui risultati delle conferenze -
Esposi francamente le condizioni proposte dal nemico, e non trovai dell'abbattimento - Essi mi dissero di parlare al popolo, assembrato sotto i balconi - e lo feci -
Io lo confesso: non ero scoraggito - e non lo fui, in circostanze forse pi ardue - ma considerando la potenza ed il numero del nemico - e la pochezza dei nostri mezzi - mi nacque un po' d'indecisione sulla risoluzione da prendersi - cio: se convenisse continuare la difesa della citt - oppure, rannodare tutte le nostre forze e ripigliare la campagna -
Quest'ultima idea mi pass per la mente come un'incubo - e con dispetto l'allontanai da me - trattavasi d'abbandonare la citt di Palermo - alle devastazioni d'una soldatesca sfrenata!
Mi presentai quindi - quasi indispettitto con me stesso - al bravo popolo dei Vespri - e palesai la mia condiscendenza, per tutte le condizioni chieste dal nemico - quando venni per, all'ultima - io dissi: che l'aveva rigettatta con disprezzo!
Un ruggito di sdegno e d'approvazione - surse unanime da quella folla di generosi! E quel ruggito decise della sorte dei millioni! della libert di due popoli - e decret la caduta d'un tiranno!
Io ne fui ritemprato - e da quel momento ogni sintomo  di timore - di titubanza, d'indecisione - sparve - militi e cittadini, a gara, rivaleggiavano d'attivit, e di risoluzione - Le barricate moltiplicavansi - Ogni balcone - ogni poggiuolo, si copriva di materazzi per la difesa - di sassi, e di projetti d'ogni specie, per schiacciare il nemico -
L'elaborazione della polvere, e la costruzione di cartuccie, si attivavano febbrilmente - Alcuni vecchi cannoni, dissoterrati - non so da dove - apparirono, si montarono, e furono collocati in posizioni convenienti - altri, si comprarono da bastimenti mercantili - Le donne d'ogni ceto aparivano nelle strade ad animare i lavoratori, e coloro che si preparavano alla pugna -
Gli ufficiali Inglesi ed Americani che si trovavano in rada, regalavano i nostri coi loro revolver e fucili da caccia - Alcuni degli ufficiali sardi manifestarono pure della simpatia per la santa causa del popolo - e i marinari della fregata Italiana, bruciavano di divedere il pericolo dei fratelli e minacciavano di disertare - Solo, chi ubbidiva ai freddi calcolatori del ministero di Torino, non si commoveva a tanto spettacolo - e restavano impassibili spettattori della distruzione d'una delle pi nobili citt Italiane - ed aspettavan ordini! Ossia: gi avevan ordini di darci il calcio dell'asino se vinti - e farla da amiconi - se vincitori!
Un giovane Siciliano di famiglia decente - mandato da me a bordo della fregata Sarda - e che vi riusc con molto pericolo - si ud rispondere: "voi potete esser una spia" in luogo di ottenere alcune munizioni, per cui io lo avevo incaricato -
Comunque, il nemico si avvide della risoluzione nostra e della citt... e non si sfida un popolo impunemente - quando deciso di combattere a tutta oltranza - Il despotismo poi, s'inganna molto - ingrassando i suoi proconsoli - che naturalmente, non sanno decidersi ad esporre l'epa in pericolo tra le barricate della canaglia -
Pria di spirare le 24 ore d'armistizio - un nuovo parlamentare mi annunzi il generale Letizia -
Egli mi chiese tre giorni di tregua - non essendo sufficienti le 24 ore per il trasporto dei feriti a bordo - Anche i tre giorni io concessi - ed intanto non si perdeva un secondo all'attivo lavoro della polvere e delle cartuccie - Si continuava il lavoro delle barricate - Le squadre vicine alla capitale ingrossavano le nostre forze - e minacciavano le spalle del nemico - Orsini, coi cannoni rimasti, era giunto pure - e con lui altre squadre - La condizione nostra migliorava ogni giorno - e dava meno voglia ai borbonici di attaccarci -
In una nuova conferenza col generale Letizia - si stipul la ritirata delle truppe che si trovavano a palazzo reale, ed a Porta Termini, per riconcentrarle tutte ai quattro venti e sul molo - Era per noi tanto di guadagnato -
La sospensione delle ostilit, e la ritirata dei borbonici verso il mare - riemp la popolazione di fiducia, e baldanza - talch fummo obligati di collocare ai posti avanzati delle camicie rosse per evitare la collisione dei Siciliani colle truppe borboniche - essendo l'odio immenso per quest'ultime.
NOTA: Le camicie rosse, poche, al principio della spedizione, avevano acquistato molta importanza ed ispiravano fiducia e rispetto agli amici siccome ai nemici terrore. I parlamentari borbonici chiedevano delle camicie rosse per esser scortati nelle vie di Palermo. Io ne avevo ordinato quanto era possibile di farne e fatte distribuire per acrescere l'imponenza di quel colore. FINE NOTA.
Si tratt infine della partenza della truppa - non potendo essa certamente rimanere per molti giorni, nelle anguste posizioni occupate - e dello sgombro completto della citt e dei forti.
Il valore dei Mille, ed in generale dei difensori di Palermo - era stato grande - Il loro contegno, e quello della popolazione, non s'erano smentiti un momento - Si era disposti, in fatto, di seppellirsi sotto le ruine della bellissima capitale - E conviene confessare: il risultato fu magnifico - e non si poteva sperare di pi.
Quando si videro capitolare quei venti milla soldati del despotismo - davanti ad un pugno di cittadini votati al sacrificio, ed al martirio, se abbisognava - sembr proprio un portento - poich, era superba truppa - quella - e che si batteva bene -
Giubilate pure - uomini, donne, fanciulli - che contribuiste alla liberazione della patria! Palermo libera, e cacciando i tiranni, vale ben la pena d'esser fieri - di giubilare!
La superba capitale dei Vespri - come i suoi volcani manda ben lungi le sue scosse - e crollano al gagliardo  suo ruggito, i troni mal fermi della menzogna e della tirannide!
Perdemmo in Palermo il valoroso Tuckery - Ungherese - e ricorder quando informato le altre preziose perdite.
Tra i prodi nostri feriti - contavano: Bixio, i due Cairoli Benedetto ed Enrico, Cucchi, Canzio, Carini, Bezzi.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Melazzo.
...
.
...
La partenza dei borbonici da Palermo, fu una vera festa nazionale - tanto pi che secondo condizioni stipulate, essi lasciavano in libert tutti i prigionieri politici, delle principali famiglie che si trovavano detenuti in Castellamare -
La vista dei cari condannati dal Borbone - che tanto avevan sofferto in orride carceri - riemp di giubilo la popolazione intiera - e l'accoglienza da essa fatta a quei generosi, era commovente -
Io avevo stabilito il mio quartier generale ad un padiglione del palazzo reale, da dove si scopre tutta la via Toledo, e dall'altra parte il prolongamento della stessa sino a Monreale - Di l potei bearmi nello spettacolo, che presenta un grande e fervidissimo popolo nelle sue emozioni - I liberati eran portati in trionfo verso la mia abitazione, da una folla immensa - frenetica per la libert acquistata dei suoi carissimi - Io m'ebbi un tesoro di gratitudine da loro - ed una lagrima inumid la mia guancia -
Allora cominci un periodo di riposo - e ne avean bisogno - massime i Mille - Poveri giovani! la parte eletta di tutte le popolazioni Italiane - non avezzi ai disagi, alle privazioni - gran parte studenti, e molti laureati - E tutti con poche eccezioni - consacrati all'erosmo ed al martirio - per la liberazione di questa nostra terra - avversata dallo straniero - e forse meritamente schiava - perch un d padrona del mondo - E fu gran colpa la conquista del Mondo conosciuto - che dovea necessariamente aver per conseguenza: depredare e fare dei servi - e quindi raccogliere l'odio universale -
I Mille per la maggior parte non marini - avean lasciato le nausee del mare, per ingolfarsi nelle stragi delle battaglie - e per sentieri quasi impraticabili - eran pervenuti in Palermo - ove cacciando davanti a loro un'esercito di venti milla soldati delle migliori truppe borboniche - coll'ajuto della popolazione liberavano la Sicilia intiera in venti giorni -
Il nemico si allontanava da noi per prepararsi a nuove battaglie - e noi dovevimo pure metterci in istato d'incontrarlo ancora - Si aprirono dunque degli arruolamenti, in Palermo - ed in ogni parte dell'isola, sgombra dai Borbonici - Si contrattarono delle armi al di fuori - Si stabil una fonderia nella capitale - e si lavor indefessamente a far polvere ed a costruire cartuccie -
Palermo, piazza d'armi del despotismo divenne in pochi giorni un semenzajo di militi della libert - Che bel vedere: nelle ore fresche della giornata - quei vispi giovani figli della Trinacria - all'esercitazioni militari - con uno slancio - una volont - da consolar l'anima del veterano, per cui l'Italia redenta fu sogno di tutta la vita -
E l'Italia avrebbe potuto redimersi intieramente, se l'inerzia degli uni, e la malizia degli altri, non avessero conculcato l'erosmo nazionale in quell'epoca gloriosa -
La sosta in Palermo, dopo l'evacuazione dei nemici fu pure impiegata ad opere giovevoli - Il gran numero di ragazzi vagando per le strade - ove, per lo pi essi trovano una scuola di corruzione - furono raccolti, riuniti in stabilimenti idonei - ed educati per la vita dell'onesto cittadino e milite -
Si miglior la condizione dei stabilimenti di beneficenza - e si suppl di viveri tutta la parte indigente della popolazione - e quella danneggiata dal bombardamento e dalla guerra in generale - l'organizzazione del governo dittattoriale fu pure attuata - e vi contribuirono vari egregi patriotti della Sicilia - tra cui primeggiava l'illustre avvocato Francesco Crispi - uno dei Mille -
Distribuite le forze nazionali in tre Divisioni, esse presero il nome d'esercito meridionale, che mosse poi verso l'oriente al compimento dell'assunta missione emancipatrice -
Durante i giorni di combattimento in Palermo, era giunto l'Utile, piccolo piroscafo Italiano - con un centinajo dei nostri dal continente - che da Marsala ove sbarcarono felicemente - arrivarono nella capitale - ancora in tempo a prendere parte alle ultime pugne -
La spedizione Medici con tre vapori, e circa due milla uomini, arriv a Castellamare - poche miglia a Ponente di Palermo - che non tutte le truppe borboniche s'erano imbarcate ancora - Altri contingenti di tutte le provincie Italiane seguivano - ed in poco tempo ci trovammo in bellissima condizione - e capaci di staccare delle collonne spedizionarie su differenti punti dell'isola per far riconoscere il nuovo governo - cosa ben facile perch gi acclamato dovunque - o per cercare il nemico ove si trovava ancora -
Una divisione comandata dal generale Trr - s'incammin per il centro dell'isola - La divisione di destra comandata dal generale Bixio - per il littorale a mezzogiorno della Sicilia - e quella di sinistra comandata dal generale Medici - per il littorale del settentrione - con ordine di riunire quanti volontari si sarebbero presentati - e finalmente di concentrarsi tutti nello stretto di Messina -
Giunse pure in Palermo il generale Cosenz - con due milla uomini - che furono seguiti da altri mandati dai vari comitati di provvedimento per soccorsi alla Sicilia, che s'eran formati nelle diverse provincie - e che facevan centro a Genova sotto la direzione del D.re Bertani -
La collonna Cosenz, segu pure per Messina, in sostegno di Medici, minacciato da un forte corpo di borbonici comandati da Bosco - che da quella citt per Spadafora s'avviavano in cerca dei nostri - Bosco alla testa di circa 4 milla uomini di buona truppa, con artiglieria - era uscito da Messina - coll'oggetto di mantenere le comunicazioni tra Melazzo e quella citt - e di tentare un colpo di mano sul corpo di Medici, che occupava Barcellona, Santa Lucia, ed alcuni villagi circonvicini -
Egli lo attacc realmente - ed essendo respinto - si ripieg su Melazzo - occupandone le pianure meridionali - ed infestando quelle contrade -
Conveniva sbarazzarsi di quella forza nemica, che unica teneva ancora la campagna -
Avvisato dal generale Medici, sui movimenti e forze del nemico - io profitai dell'arrivo a Palermo del Colonnello Corte con circa due milla uomini - e senza permettere che sbarcassero - ne feci trasbordare una parte sul piroscafo City of Aberdeen, ove m'imbarcai io stesso - e giungemmo il giorno seguente a Patti -
Riunitomi ai generali Medici, e Cosenz - a cui non era giunta ancora la brigata, che marciava per il littorale - decidemmo di attaccare i borbonici all'alba del giorno dopo il mio arrivo -
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Combattimento a Melazzo.
...
.
...
Fu ben malizioso, e non veritiero, colui che tratt di facili vittorie, quelle del 60 - vinte dai liberi Italiani sulle truppe borboniche - Io, ho vedute alcune pugne nella mia vita - e devo confessare: che le battaglie di Calatafimi, Palermo, Melazzo e Volturno - fanno onore ai militi, e soldati che vi presero parte -
Quando su cinque o sei milla uomini nostri, che pugnarono a Melazzo, circa mille furon posti fuori di combattimento - ci prova: che non fu tanto facile la vittoria -
Il generale Medici, come abbiam detto, era marciato per la costa settentrionale della Sicilia, verso lo stretto di Messina - colla sua divisione; ed il generale borbonico Bosco, con uno scelto corpo delle tre armi - superiore al nostro in numero - intercettava la strada principale che mette a Messina - apogiandosi alla fortezza e citt di Melazzo - Gi alcuni piccoli scontri erano accaduti tra un corpo e l'altro - ed i nostri vi si eran condotti colla solita bravura - avendo da fare coi cacciatori di Bosco, bella truppa, ed armata d'eccellenti carabine.
Giunti i due milla uomini di Corte - ed imminente l'arrivo del corpo di Cosenz - si decise d'attaccare il nemico -
L'alba del 20 Luglio trov i figli della libert Italiana, impegnati coi borbonici, ad ostro di Melazzo, ed impegnati in modo, molto favorevole ai mercenari - per le forti loro posizioni -
Praticissimi del terreno, i nemici, aveano con molta sagacia, profitato di qualunque naturale, od artificiale ostacolo di quella campagna -
La loro destra, scaglionata davanti alla formidabile fortezza di Melazzo - n'era protetta dalle sue grosse artiglierie - ed aveva la fronte coperta da varie linee di fichi d'India - trincee non indifferenti - da dietro alle quali i cacciatori di Bosco - colle loro buone carabine potevano fulminare i male armati nostri militi -
Il centro colle sue rispettive riserve, sullo stradale che conduce in Melazzo - seguendo il littorale - avea la fronte coperta da un muro di cinta fortissimo - a cui s'eran praticate molte feritoje - Lo stesso muro poi, era coperto da foltissimo cannetto - che ne rendeva l'assalto di fronte impraticabile - Dimodocch il nemico ben riparato, con armi buone - osservava, e fucilava i nostri poveri militi, fallacemente coperti dai suaccennati cannetti -
La loro sinistra, in possesso d'una linea di case, a levante di Melazzo, formava martello - e quindi fiancheggiava con fuoco micidiale chi assaltava il centro - l'ignoranza del terreno su cui si pugnava, fu la causa principale di perdite considerevoli per parte nostra - e molte cariche che si fecero sul centro nemico, potevano risparmiarsi -
La mia prima idea d'attacco - era stata di assaltare il nemico, prima di giorno, rompendone il centro con una forte collonna in massa - coll'oggetto di dividerlo, separar la sua sinistra - farla prigioniera se possibile - e menomare cos la sua superiorit in artiglieria e cavalleria -
Non fu per possibile l'esecuzione di tal piano, per esser giunti a riunirsi tardi i corpi nostri sparsi in diverse posizioni - ed era gran giorno quando s'inizi il combattimento generale.
L'oggetto mio principale - essendo stato pure: di chiudere il centro e la destra nemica in Melazzo - ove non avrebbero potuto sostenersi molto tempo - tanta gente e la guarnigione della piazza - feci perci portare la maggior parte delle nostre forze sul centro e la sinistra del nemico - ove si attacc vigorosamente -
Essendo il campo di battaglia, una pianura perfetta, coperta d'alberi, vigne, e cannetti - non si potevano scoprire le posizioni del nemico -
Invano io ero salito sul tetto d'una casa per poter discernere qualche cosa - Invano, avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo -
Molti morti, e molti feriti, erano il risultato delle nostre cariche sul centro - ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto scoprire il nemico, che da dietro il terribile riparo - dalle feritoje li fulminava -
Si dur cos, in una pugna ineguale ed accanita sino dopo il meriggio - A quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia - e si rimaneva scoperti da quella parte.
La nostra destra e centro - che s'erano riunite al comun pericolo - tenevano - ma con molta difficolt - e con perdite ben considerevoli.
Bisognava per vincere: e tale era il fatale animatore di quella stupenda campagna - ove nei pi serii dei nostri combattimenti - come Melazzo ed il Volturno - fummo perdenti per pi di met della giornata - ed ove a forza di costanza - e di non disperar giammai - si pervenne a sconfiggere un nemico superiore in tutto - Servan gli esempi di coteste facili vittorie ai nostri figli che dopo di noi saranno obligati di sostenere l'onore Italiano sui campi di battaglia -
Bisognava vincere! Le nostre perdite eran maggiori, di quante lo furono nelle varie pugne dell'Italia meridionale - La gente era stanca - Il nemico aveva comparativamente perduto nulla - I suoi soldati freschi, intatti - e le sue posizioni formidabili - Eppure bisognava vincere!
E gl'italiani devono vincere - sinch duri sotto il talone straniero - la bench minima parte della terra - che dia vita ai Bronzetti ed ai Monti.
Come gi dissi: tutte le condizioni della battaglia erano in favore del nemico sino verso il pomeriggio - ed i nostri prodi, non solo, non avevano avanzato un passo - ma avevan perduto terreno - massime sulla nostra sinistra -
"Procura di sostenerti come puoi, dissi io al generale Medici - che comandava nel centro: - io raccolgo alcune frazioni dei nostri, e cercher di portarmi con esse sul fianco sinistro del nemico".
Tale risoluzione fu la chiave della giornata - Il nemico incalzato di fianco dietro ai suoi ripari, cominci a piegare - si caric francamente - e vi si tolse un cannone che ci aveva danneggiato molto tirando a mitraglia di rimbalzo lungo lo stradale -
Una carica della cavalleria, che si trovava di sostegno al pezzo catturato - fu eseguita dai borbonici d'un modo brillante - e ricacci i nostri un pezzo indietro - dimodocch io stesso rimasi oltrepassato dai caricanti cavalieri, ed obligato di gettarmi in un fosso laterale alla strada - ove difendermi colla sciabola alla mano.
Tale circostanza dur poco - Il collonnello Missori colla solita sua bravura - mi apparve alla testa dei vari distaccamenti nostri - che antecedentemente avean conquistato il cannone - e mi disimpegn - e sbarazz col suo revolver del mio antagonista di cavaleria nemica.
I distaccamenti suddetti erano: la compagnia Bronzetti - e siciliani di nuova formazione - comandati dal prode collonnello Dunne - Non ricordo gli altri -
Rincalzato il nemico da cotesti valorosi - pieg finalmente, e ritirossi precipitosamente verso Melazzo, spinto dall'intiera assalitrice nostra linea -
La vittoria fu completta - Invano le forti artiglierie della piazza proteggevano la ritirata dei borbonici -
I nostri militi disprezzando il grandinare della metraglia, e dei moschetti - assaltarono Melazzo, e prima di notte, erano padroni della citt - avevano circondato il forte da tutti i lati - ed innalzato barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza.
Il trionfo di Melazzo fu comprato a ben caro prezzo il numero de' morti e feriti nostri, fu immensamente superiore a quello dei nemici - E qui,  nuovamente il caso di ricordare le armi pessime con cui hanno dovuto combatter sempre - i nostri poveri volontari.
Fra i morti in questa gloriosa pugna contano: Poggi, ufficiale nei carabinieri Genovesi dei Mille che tanto si distinse a Calatafimi, Migliavacca del corpo di Medici anche valorosissimo. Vi furono feriti Cosenz e Corte.
Quella giornata, se non fu delle pi brillanti, fu certo delle pi micidiali. I borbonici vi combatterono - e sostennero le loro posizioni bravamente per pi ore.
Comunque il destino del Borbone era segnato.
I risultati ne furono stupendi. Il nemico rinchiuso in  Melazzo, fu presto obligato di ritirarsi nella cittadella - ove fu cinto di barricate, erette da noi stessi - ed ove trovandosi calcato, per mancanza di spazio a tanta gente, fu obligato di capitolare, il 23 Luglio 1860 - rendendo fortezza, artiglieria, munizioni - ed una quantit di muli per i cannoni -
Padroni di Melazzo, e di tutta l'isola - meno le fortezze di Messina, Agosta, e Siracusa - portammo subito le nostre forze sullo stretto - Il generale Medici, occup Messina, senza resistenza - fortificammo la punta del Faro; ed i nostri vapori poterono liberamente trafficare da Palermo alle posizioni del littorale da noi occupate.
Dall'occupazione di Palermo - si erano acquistati altri piroscafi mercantili - e coll'acquisto poi del Veloce, vapore da guerra borbonico,  cui diedimo il nome di Tuckery, il valoroso comandante della nostra vanguardia all'entrata di Palermo, ove mor eroicamente, che ci condusse il bravo comandante Anguissola - ci trovammo con una piccola marina, che ci serv ottimamente in tutti i nostri bisogni.
Occupammo dunque lo stretto di Messina dal Faro, a quella citt.
Le collonne Bixio, ed Eber ci ragiungevano per le vie di Girgenti e Caltanisetta - e si form una quarta divisione Cosenz.
Infatti il generale Trr era passato sul continente per motivo di salute, ed avea lasciato il comando della brigata ad Eber. Dimodocch ci trovammo ben presto, con una forza imponente, per noi assuefatti a vederne ben poca.


...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Nello stretto di Messina.
...
.
...
Giunti allo stretto - bisognava passarlo - Sicilia reintegrata nella grande famiglia Italiana - era certo un bellissimo acquisto Ma che? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompletta, monca, la patria nostra?  E le Calabrie, e Partenope, che ci aspettavano a braccia aperte? Ed il resto d'Italia, ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava passarlo - a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici - e di chi per loro!
Un giorno, si pot, per mezzo d'un parteggiante nostro Calabrese, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d'Alta fiumara - molto importante punto, della costa orientale dello Stretto - Incaricai i colonnelli Missori, e Mussolino di passare con dugento uomini nella notte - e procurare d'impadronirsi del forte suddetto.
Ma sia per difetto d'intelligenza - per paura della guida - o per altri motivi, l'impresa fall - La gente sbarcata s'incontr con una pattuglia nemica, che sconfisse - ma che, dando l'allarme furono i nostri obligati di prender le montagne.
Il preludio dell'impresa non era favorevole - e convenne abandonare il progetto di passare lo stretto a Faro e cercare di eseguire il passaggio in altra parte.
In quei giorni, giunse da Genova, Bertani e mi annunci: che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna - circa cinque milla uomini dei nostri, da lui riuniti a Genova - e spediti a quella via pria della sua partenza di l - Tale determinazione di fermare cotesta gente agli Aranci, aveva origine da chi: come Mazzini, Bertani, Nicotera, ecc. - senza disapprovare le operazioni nostre nell'Italia meridionale, opinavano per diversioni nello stato pontificio o Napoli - o forse ancora, repugnavano di sottomettersi all'ubbidienza della Dittatura.
Per non urtare intieramente coll'idea strategica di quei Signori - mi nacque il pensiero di ragiungere io stesso cotesti cinque milla uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli -
M'imbarcai dunque con Bertani, a bordo del Washington, dirigendoci per gli Aranci (golfo).
Giunti in quel porto - trovammo parte soltanto della spedizione - il maggior numero s'era gi diretto per Palermo - Tale circostanza mi fece cambiar d'opinione sul progetto per Napoli -
Imbarcammo parte della gente sul Washington perch fosse pi comoda - passammo alla Maddalena per far carbone, di l a Cagliari, a Palermo, a Melazzo, e tornammo a punta di Faro - ove il generale Sirtori avea gi disposto:  due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin - facessero il giro della Sicilia, da Settentrione, ad occidente, e ostro sino nella parte orientale dell'isola a Taormina.
Fu cotesta: savia e felice risoluzione - I due piroscafi suddetti - giunsero a Giardini - porto di Taormina, v'imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.
Dovendo la spedizione de' due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per Calabria - lo stesso giorno del mio arrivo a Faro - io m'imbarcai per Messina - vi presi una vettura - e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch'io in Calabria -
Io voglio narrare un'incidente curioso successo a Giardini pria della nostra partenza per Calabria -
Giunto in quel punto della costa orientale Siciliana, vi trovai il generale Bixio, occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard - a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin -
Il magnifico Torino aveva gi molta gente a bordo, ed era in buonissimo stato - Il Franklin all'incontro andava a pico, era quasi pieno d'acqua - ed il macchinista, protestava che non poteva seguire viaggio in tale stato -
Da ci Bixio si trovava molto contrariato - e si disponeva a partire col Torino solo - Io per, essendo stato a bordo al Franklin - ed avendo fatto gettar in mare quasi tutti gli ufficiali di bordo - sommergersi e cercare se potevano trovare la falla. Mandai - nello stesso tempo - sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori - e con quelli fare della purina  - ciocch stagn alquanto il legno - radolc il macchinista - e sapendosi che io stesso andrei col Franklin - si cominci ad imbarcare il resto della gente - e verso le 10 p. m. navigammo verso la costa di Calabria - ove si giunse felicemente.
NOTA: purina. escrementi di vaccina, ecc. o qualunque altro sudiciume, che con cesta in punta di pertica si sommerge sotto il bastimento, verso il punto in cui si crede esistere la falla, la quale naturalmente: attraendo l'acqua, attrae pure qualunque pagliuzza e tura, almeno in parte, la falla. FINE NOTA.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Sul continente Napoletano.
...
.
...
Presto era tutta la gente in terra con armi e bagagli - e senza l'arenamento del Torino - che non pot uscire, ad onta degli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori - potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio -
Alle 3 p. m. comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante - e cominciarono a cannonegiare, gente, vapore, ed ogni cosa - Provarono di metter fuori il Torino - ma non potendovi riuscire lo incendiarono - Il Franklin era partito e fu salvo -
Verso le 3 della mattina, del giorno seguente lo sbarco, noi marciammo su Reggio - Passammo il capo dell'Armi, per lo stradale, e meriggiammo vicino un villagio, che si trova tra quel capo - e la bella sorella di Messina - La squadra nemica osservava i nostri movimenti.
Verso sera, ripresimo la marcia su Reggio - e giunti ad una certa distanza della citt - obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando cos, gli avamposti nemici, che ci aspettavano sullo stradale.
Il collonnello Antonino Plutino, e vari patriotti Reggiani erano con noi - dimodocch avevamo delle buone guide. Fecimo varie fermate, durante la notte, per lasciare riposare la gente, e per riunirla - ed alle due della mattina - assaltammo Reggio.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Assalto di Reggio.
...
.
...
L'assalto di Reggio, si esegu dalla parte delle colline, cio dall'oriente - ove trovammo poco resistenza per non essere aspettatti da quella parte - Le truppe borboniche si rinchiusero nei forti - dopo d'averci scaricato le loro armi - per cui ebbimo feriti il generale Bixio, il collonnello Pluttino e pochi altri ufficiali e militi. Gli avamposti nemici furono tagliati e parte fatti prigionieri - In quella notte successe uno di quei fatti, che pu servire di norma ai giovani militi - e che si deve scansare inesorabilmente.
Io raccomando sempre: nelle operazioni di notte, di non sparare - e non mancai di ripeterlo varie volte in quella stessa notte - prima, e durante la marcia. Ma ad onta delle mie ammonizioni, i miei giovani compagni - mentre erano schierati sulla piazza di Reggio - dopo d'aver fugato il nemico nei forti - un tiro che part dalle file - e chi dice da una finestra - forse involontariamente - fece sparare i fucili a tutta la collonna, composta di circa due milla uomini, senza vedere un solo nemico.
Io, che mi trovavo a cavallo, in mezzo a quel quadrato di tempesta - l'ordinanza della gente era in quadrato come la piazza - mi gettai gi, con una sola venturosa palla nel capello.
Non  la prima volta ch'io vedo tale sconcio, veramente vergognoso per dei militi - che al coraggio devono sempre aggiungere il sangue freddo - Sconci, che quando non sono accompagnati dalla fuga sono rimediabili - come successe in questa circostanza. Ma quando il panico si complica colla fuga - e qualche volta da certi codardi - col "salva chi pu" allora ci diventa proprio roba disonorevolissima - non da castigarsi colla fucilazione, ma a legnate ed a calci!
"Cavalleria! Cavalleria!" io ho udito gridare dalla canaglia - e quel grido aver per conseguenza la fuga di giovani militi non sperimentati - che trascina poi sovente i provetti con loro - Ed uomini cui succedono tali vergogne - devono desiderare naturalmente: sia la codardia loro, coperta dalle tenebre della notte - perch, se di giorno - essi avranno il soghigno - il disprezzo - anche delle abitatrici di lupanari.
Ma stolti che sono! Se vi fosse realmente della cavalleria - ciocch non succede generalmente nei panici - cagionati per lo pi da cause frivole - Non sarebbe meglio ricevere tale cavalleria, alla punta del moschetto - che col piatto delle spalle - essendo la cavalleria - veramente temibile per la gente che fugge?
Una carica di cavalleria, per le strade, o piazze d'una citt - con cui una ventina d'uomini a cavallo, disperdono moltitudini di migliaia - Ma un individuo solo a piedi, col suo fucile, mettendosi lateralmente alla strada, alla piazza - in una porta - o dietro un pilastro - punta un cavaliere qualunque - e li porta via la punta del naso - in caso non abbia voglia di rovesciarlo - In ogni modo i panici - a cui vanno soggetti, massime i meridionali - sono disonorevoli a qualunque classe di militi - e l'unico miglior rimedio: si  di procurare non sparino i militi - cio: sparino poco di giorno - e meno ancora di notte.
Padroni della citt, al far del giorno, io dissi al generale Bixio: "Io, salgo sulle alture per scoprire, e vi lascio". Due erano i motivi, che mi spingevano a tale determinazione. Il primo: era di osservare, se rimanevano forze nemiche fuori di Reggio - Il secondo: veder se arrivava la collonna Eberard ch'era rimasta in dietro, e doveva giungere nella mattina -
Appena giunto sulle alture che dominano Reggio, io vidi una collonna nemica, forte di due milla uomini circa - che veniva da tramontana, avanzandosi sulle alture ch'io occupavo - Nel muovermi da Reggio - avevo fatto marciare meco una piccola compagnia di fanteria - e mi accompagnavan pure i tre ajutanti miei: Bezzi, Basso, e Canzio - che tutti furono obligati di moltiplicarsi in quel giorno, per la pocchezza del nostro numero, a proporzione di quello del nemico -
Io avevo collocato la mia piccola forza, sul punto culminante delle colline - ove si trovava la casa d'un colono - ch'io feci ritirare prevedendo un combattimento.
La mia previsione non and errata: la collonna del generale Ghio, comandante in capo le forze di Reggio s'avanzava realmente ed era vicinissima. Io posi in situazione di difesa la compagnia suddetta e mandai per rinforzi nella citt.
La posizione era delicata: i nemici eran molti - i miei pochi - e se i borbonici, in luogo di seguire il loro metodo prediletto: di far fuoco avanzando - caricano a dirittura i miei pochi militi - era impossibile di resister loro - ed incerto, l'esito della giornata Giacch essendo la citt di Reggio, sulla sponda del mare - le colline circostanti la coronano da quasi ogni parte, meno da quella dello stretto - ed essendo i borbonici padroni di tali alture dominanti, e dei forti che si trovavano tuttora in loro potere - facilmente diventava per noi un rovescio - Ma anche questa volta la vittoria doveva sorriderci: giungendo in pochi - ma solleciti, i rinforzi inviati dal generale Bixio - si tennero le alte posizioni, da prima occupate - ed essendo accresciuti i nostri, in numero sufficiente - si caric il nemico, che abbandon il campo di battaglia - e si pose in ritirata verso settentrione.
I risultati dei combattimenti di Reggio - furono d'un'importanza somma. Si arresero i forti dopo alcuna difesa si rimase padroni d'un enorme materiale, da bocca e da guerra - ed ebbimo come base d'operazione sul continente una piazza, per noi, ben importante.
Nella mattina si persegu il corpo di Ghio - che capitol il giorno dopo - lasciando in nostro potere, molte armi minute - ed alcune batterie di campagna.
Si arresero tutti i forti che dominano lo stretto di Messina - compresovi Scilla - nelle vicinanze del quale era sbarcata la divisione Cosenz - che riunita alla divisione Bixio, contribu alla capitolazione di Ghio.
Qui, devo menzionare una perdita preziosa per la democrazia mondiale. Deflotte, rappresentante del popolo a Parigi nel tempo della Republica, proscritto dal Bonaparte, s'era riunito ai Mille in Sicilia e pass lo stretto colla divisione Cosenz.
I borbonici, all'annunzio dello sbarco di detta divisione, giunsero al littorale per attaccarla - e si contentarono per: di molestarla con alcune scaramuccie. In una di queste, il nostro Deflotte con un contegno d'intrepidezza ammirabile - fu ferito a morte da piombo nemico.
La nostra marcia lungo le Calabrie, fu un vero, e splendido trionfo, progredendo celeremente, tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte di loro in armi, contro l'oppressore borbonico.
A Soveria mise abasso le armi la divisione Vial, forte di circa otto milla uomini, dandoci un materiale immenso, in cannoni, moschetti, e munizioni. La brigata Caldarelli, capitol colla collonna Calabrese di Morelli a Cosenza.
Infine dopo una corsa celere, di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie collonne che non potevan ragiungermi, ad onta di marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Ingresso a Napoli. 7 Settembre 1860.
...
.
...
L'ingresso nella grande capitale - ha pi del portento, che della realt. Accompagnato da pochi ajutanti - io passai frammezzo alle truppe borboniche, ancor padrone, e mi presentavano l'armi, con ossequio pi rispettoso certamente - che non lo facevano in quei tempi ai loro generali.
Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope, non ricorder il gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva l'aborrita dinastia, che un grande statista Inglese, avea chiamato "Maledizione di Dio!" e sorgeva sulle sue ruine, la sovranit del popolo - che una sventurata fatalit, fa sempre poco duratura.
Il 7 settembre, un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici, che si chiamavano ajutanti, entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato, e sorretto dai cinque cento milla abitatori, la di cui fervida ed irresistibile volont, paralizzando un'esercito intiero - li spingeva alla demolizione d'una tirannide - all'emancipazione dei sacri loro diritti - la di cui scossa, avrebbe potuto movere l'intiera Italia, e portarla sulla via del dovere - il di cui ruggito, basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili - ed a rovesciarli nella polve!
Eppure il plauso, ed il contegno imponente del grande popolo, valsero nel 7 settembre 1860 a mantenere innocuo l'esercito borbonico, padrone ancora dei forti, e dei punti principali della citt - da dove avrebbe potuto distruggerla.
Io entrava in Napoli - mentre tutto l'esercito meridionale, trovavasi ancora ben distante verso lo stretto di Messina - ed il re di Napoli - avea abandonato, il giorno antecedente, il suo seggio per ritirarsi a Capua.
Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori popolani - ed i ricchi tapeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo calzare del proletario.
Esempi questi, che dovrebbero servire - a qualche cosa, anche per i governi - che falsamente si titolano riparatori - almeno al miglioramento della condizione umana - ma che non servono per l'egosmo, l'albaga, la cocciutaggine degli uomini del privilegio - che non si correggono nemmeno quando il leone popolare, spinto alla disperazione, rugge alle loro porte, per sbranarli con ira selvaggia, ma giusta, ma figlia dell'odio seminato dalla tirannide -
A Napoli, come in tutti i paesi percorsi dallo stretto di Messina - le popolazioni furono sublimi d'esaltazione e d'amor patrio - ed il loro imponente contegno - contribu certo moltissimo, a s brillanti risultati.
Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale - fu il tacito consenso, della marina militare borbonica - che avrebbe potuto: se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale - E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i corpi dell'esercito meridionale, lungo tutto il littorale Napoletano, senza ostacoli - ciocch non avrebbero potuto eseguire con una marina assolutamente contraria.
In Napoli pi potente che a Palermo, aveva il Cavourismo lavorato indefessamente - e vi trovai non piccoli ostacoli - Corroborato poi dalla notizia: che l'esercito Sardo invadeva lo stato pontificio, esso diventava insolente.
Quel partito basato sulla corruzione - nulla avea lasciato d'intentato - Esso s'era lusingato pria, di fermarci al di l dello stretto - e circoscrivere l'azione nostra nella sola Sicilia - Perci aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone - per cui gi un vascello della marina militare Francese era comparso nel Faro - Qui ci valse immensamente il veto di Lord John Russel - che in nome d'Albion imponeva al sire di Francia: di non mischiarsi delle cose nostre.
Ciocch pi mi urtava nei maneggi di cotesto partito - era di trovarne le traccia in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorrutibili, erano dominati coll'ipocrita, ma terribile pretesto della necessit! La necessit d'esser codardi! La necessit di ravvolgersi nel fango, davanti ad un simulacro di effemera potenza - e non sentire, non capire, la robusta, imponente,  maschia volont d'un popolo che volendo essere ad ogni costo - si dispone a frangere cotesti simulacri insettivori, e disperderli ne letamajo da dove scaturirono.
Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli, e di parassiti d'ogni genere - sempre pronti a servire - con ogni specie d'abbassamento e di prostituzione - chi lo paga - e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare - quel partito dico: mi fa l'effetto dei vermi sul cadavere - il loro numero ne segna il grado di putridume! In ragion diretta del numero di questi vermi - si pu valutare la corruzione d'un popolo!
Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori, che da protettori la facean, dopo le nostre vittorie - e che il calcio dell'asino, ci avrebbero dato - come lo diero a Francesco Secondo - se sconfitti - mortificazioni ch'io certo, non avrei tolerato - se d'altro trattatto si fosse, che della causa santa dell'Italia.
Per esempio, giungono due battaglioni dell'esercito Sardo, non dimandati - Il di cui scopo reale, era: il non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope, ed assicurarla - col pretesto per di porli ai miei ordini - se richiesti - Io li chiedo - e mi si risponde: che devesi ottenere il beneplacito dell'ambasciatore - questo, consultato - risponde: che si deve chiedere il permesso a Torino!...
Ed i miei prodi compagni - si battevano, e vincevano sul Volturno - Non solamente senza il concorso di un solo soldato di truppa regolare - ma privi dei contingenti che la giovent generosa di tutta Italia, voleva inviarci - e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano.
I pochi giorni passati in Napoli - dopo l'accoglienza gentile, fatami da quel popolo generoso - furon piutosto di nausea - giustamente per le mene e sollecitudini, dei sedicenti cagnotti delle monarchie - che altro non sono in sostanza, che sacerdoti del ventre - Aspiranti immorali e ridicoli - che usarono i pi ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello - colpevole solo d'esser nato sui marciapiedi d'un trono - rovesciarlo, per sostituirlo del modo che tutti sanno.
Tutti sanno le trame d'una tentata insurrezione - che doveva aver luogo prima dell'arrivo dei Mille - e per toglier loro il merito di cacciar il Borbone - e farsene belli poi, presso l'Italia - con poca fatica e merito - Ci poteva benissimo eseguirsi - se coi grassi stipendi, la monarchia sapesse infondere nei suoi agenti - un po pi di coraggio - e meno amor per la pelle - Non ebbero il coraggio di una rivoluzione, i fautori Sabaudi - ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui - eppure sono maestri in tali apropriazioni - ma ne avevan molto per intrigare - tramare - sovvertire l'ordine publico - e quando nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione - oggi, che poco rimaneva da fare - ed era divenuto il compimento facile - la smargiassavano da protettori ed alleati nostri - sbarcando truppe dell'esercito sardo in Napoli - (per assicurare la gran preda s'intende) e giunsero al punto di protezionismo - da inviarci due compagnie dello stesso esercito, il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 20 ottobre.
Sempre il calcio dell'Asino!
Trattavasi di rovesciare una monarchia per sostituirla - senza volont, o capacit di far meglio per quei poveri popoli - ed era bello, veder quei magnati di tutti i despotismi - usar ogni specie di malefica influenza - corrompendo l'esercito, la marina, la corte, i ministeri - servendosi di tutti i mezzi i pi subduli - per ottenere l'intento indecoroso.
S! era bello il barcamenare di tutti cotesti satelliti, facendola da alleati del re di Napoli consigliandolo - cercando di condurlo a trattative fraterne ed attorniandolo d'insidie, e di tradimenti - E se non avessero tanto temuto per la brutta loro pelle - essi potevano presentarsi all'Italia come liberatori.
Che bello! se potevano far stare con tanto di naso, i Mille, e tutta la democrazia Italiana - Ma s! sono i bocconi fatti che piacciono a cotesti liberatori dell'Italia, a grandi livree.
Anche a Palermo - com'era naturale - tramavano i fautori Cavouriani - e gettavano contro i Mille la diffidenza tra la popolazione - spingendola ad un'annessione intempestiva.
Essi mi obligarono di lasciare l'esercito sul Volturno - alla vigilia di una battaglia - per recarmi a Palermo - e placare quel bravo popolo, suscitato da loro - Assenza che cost all'esercito meridionale - la sconfitta di Cajazzo - unica, in tutta quella gloriosa campagna.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Preludi della battaglia del Volturno. 1 Ottobre 1860.
...
.
...
Obligato di lasciare l'esercito sul Volturno - e di recarmi a Palermo - io avea raccomandato al generale Sirtori degno capo dello stato maggiore - di lanciare delle bande nostre, sulle comunicazioni del nemico - Ci fu fatto - ma pare, chi ne avea l'incarico - trov opportuno di fare qualche cosa di pi serio - e col prestigio delle precedenti vittorie - non dubit: qualunque impresa esser possibile, ai nostri prodi militi.
Fu decisa l'occupazione di Cajazzo - villagio all'oriente di Capua sulla sponda destra del Volturno - Tale posizione piutosto difendibile, distava per, dal grosso dell'esercito borbonico, accampato a levante di Capua, di poche miglia - Tale esercito contava circa una quarantina di milla uomini, ed ingrossava ogni giorno.
Per occupare Cajazzo, si fece una dimostrazione sulla sponda sinistra del Volturno - ove perdemmo alcuni buoni militi - massime per la superiorit delle carabine borboniche, e per essere i nostri allo scoperto.
Il 19 settembre ebbe luogo l'operazione - si occup Cajazzo - ed io giunsi nello stesso giorno da Palermo, per assistere al deplorevole spettacolo, del sacrifizio dei nostri militi - che avendo marciato - secondo il costume dei volontari, con impetto verso la sponda del fiume - furono poi obligati, non trovandovi ricovero, contro la grandine di palle nemiche - di retrocedere fuggendo, fulminati nella schiena. Questo fu il risultato della dimostrazione sul fiume per chiamar l'attenzione del nemico, ed occupar Cajazzo - Il giorno seguente poi - attaccato Cajazzo da forze borboniche preponderanti - i pochi nostri furono obligati di evacuarlo, e ritirarsi precipitosamente sul Volturno - ove si perdettero non pochi militi, fucilati, ed affogati nel passagio del fiume - l'operazione di Cajazzo, fu pi che un'imprudenza - fu una mancanza di tatto militare - da parte di chi la comandava.
Fra i perduti nostri, contammo il prode collonnello Tita Cattabene, coperto di ferite e prigioniero - ed il valoroso Bovi, figlio del maggiore Paolo Bovi - anche ferito e prigioniero - Non ricordo gli altri - Intanto l'impresa infelice di Cajazzo - una d'Isernia, ed il risveglio dell'Idra pretina, nelle campagne a tramontana del Volturno - risveglio, che aumentava in ragion diretta del concentramento ed acrescimento dell'esercito borbonico a Capua - Non poco anche: le astute mene dei Cavouriani - che lavoravano a tutt'uomo per screditarci - Tutto ci demoralizz alquanto parte nostra - rialz il morale dei borbonici - e fu per loro, fortunato preludio, della gran battaglia meditata, che ebbe luogo poco dopo: il 1 e 2 Ottobre.
L'esercito borbonico, sconquassato in Sicilia, nelle Calabrie, ed a Napoli, da tante perdite - si ritirava dietro il Volturno, facendo centro a Capua - che provvedeva e fortificava.
Le prime collonne dell'esercito meridionale - arrivate appena nelle vicinanze di Napoli - furono dirette verso Avellino ed Ariano, a sedare alcuni moti reazionari, suscitati da preti e da borbonici - Il generale Trr ne fu incaricato - ed ademp perfettamente.
Sedati che furono i torbidi d'Avellino, Trr ebbe ordine di occupare Caserta colla sua divisione - e S.ta Maria, e gli altri corpi erano avviati a quella direzione, a misura che arrivavano su Napoli - lasciandoli soggiornare, meno tempo possibile in quella capitale - La divisione Bixio occup Maddaloni, coprendo la strada principale, che mette a Campobasso ed Abruzzi e formando la destra del nostro piccolo esercito.
La Divisione Medici occup monte S. Angelo - che domina Capua ed il Volturno - e fu rinforzato poi, da corpi di nuova formazione comandati dal generale Avezzana - Una brigata della Divisione Medici comandata dal generale Sacchi, occupava il pendo settentrionale del monte Tifate che mette nel Volturno - Tutte quelle forze formavano il nostro centro - La divisione Trr occup S.ta Maria - formando la nostra sinistra.
Le riserve agli ordini del capo di Stato Maggiore generale Sirtori, stazionarono in Caserta.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Battaglia del Volturno.
...
.
...
L'aurora del 1 Ottobre, illuminava - nelle pianure della vecchia capitale della Campania - un'atroce mischia - una battaglia fratricida!
Dalla parte dei borbonici -  vero - eran molti i mercenari stranieri: Bavaresi, Svizzeri, ed altri che da vari secoli, sono assuefatti a considerare questa nostra Italia, come una villeggiatura od un lupanare - E cotesta ciurmaglia, sotto la guida e la benedizione del prete - ha sempre sgozzato - di preferenza - gl'italiani, dal prete educati a piegar il ginocchio - Ma pur troppo: la maggior parte dei combattenti alle falde della Tifate, il monte che domina Capua, eran figli di questa terra infelice - spinti a maccellarsi reciprocamente - gli uni condotti da un giovine re, figlio del delitto - gli altri propugnando la causa santa del loro paese.
Da Annibale, vincitore delle superbe legioni - ai giorni nostri, le campagne Campane - non avean certo veduto, pi fiero conflitto - ed il bifolco passando l'aratro su quelle zolle ubertose, urter, per molto tempo ancora, nei teschi, dalla rabbia umana seminati.
Tornato da Palermo, e visitando ogni giorno la posizione dominante di S. Angelo - da dove scorgevasi bene il campo nemico - a levante della citt di Capua - e sulla sponda destra del Volturno - io congetturai: esser i borbonici in preparativi di battaglia - Essi si disponevano di passare all'offensiva - acresciuti - quanto potevano - di numero - e baldanzosi per pochi parziali vantaggi, ottenuti su di noi.
Da parte nostra, si fecero alcune opere di difesa - che molto valsero - a Maddaloni, a S. Angelo, e massime a S. Maria - che pi ne abbisognava per esser in pianura, e la pi esposta - senza ostacoli naturali.
La nostra linea di battaglia era difettosa - Essa era  troppo estesa da Maddaloni a S. Maria - Il centro nemico che dovevasi considerare la massa pi forte - era in Capua, da dove poteva sboccare a qualunque ora della notte, e sorprendere a circa tre miglia di distanza, l'ala nostra sinistra - schiacciarla pria di poter essere sostenuta dalle altre parti - e dalle riserve.
S. Angelo centro della nostra linea,  posizione forte per natura - ma avressimo dovuto aver pi tempo, per eseguirvi le opere, di difesa, necessarie - e pi gente per difenderne la vasta sua area - , poi, dominata dall'altissimo Tifate - che la padroneggia assolutamente, se in mano del nemico - Maddaloni, posizione importantissima - che doveasi pure, tenere con tutta la divisione Bixio - poich passando il nemico nell'alto Volturno - e prendendo la via di Maddaloni per Napoli con molta forza, sarebbe stato in poche ore nella capitale, lasciandoci noi sul Volturno Capuano.
Le riserve tenevansi a Caserta - e non eran numerose - certamente, dovendo noi occupare una linea s estesa - Eravamo, di pi, obligati di tenere alcuni corpi di concatenazione al fronte, tra monte S. Angelo e Caserta sul Volturno, a S. Leucio per impedire al nemico di frammettersi tra le nostre ali.
S.ta Maria era la pi difettosa delle nostre posizioni: per esser in pianura - colle poche opere di difesa da noi innalzate in pochi giorni - per prestarsi favorevole alla numerosa cavalleria nemica - ed alla sua artiglieria, anche pi numerosa e meglio servita - Essa era stata occupata, in ossequio della buona sua popolazione - che avendo avuto alcune velleit liberali, alla ritirata dei borbonici - era tremante all'idea di rivedere i suoi antichi padroni.
La forza nostra di S. Maria, collocata in riserva di monte S. Angelo, alle falde del Tifate - avrebbe reso la nostra linea assai pi forte.
Occupata S. Maria, conveniva occupare Santammero come suo posto di sinistra - e mantener una forza sulla strada di S. Maria a S. Angelo - per tenere le comunicazioni aperte tra i due punti. Tuttoci era debole, e consiglio i miei giovani concittadini, che potrebbero trovarsi nello stesso caso - a non rischiare la sicurezza dell'esercito, in considerazione del pericolo d'un paese - di cui ponno ritirarsi gli abitanti in luogo sicuro.
E veramente: il difetto della nostra linea - non mi lasciava  tranquillo - siccome i preparativi d'una imminente battaglia - a cui preparavasi l'esercito borbonico, pi numeroso e meglio fornito d'ogni cosa del nostro.
Circa alle 3 del mattino del 1 Ottobre - io montavo in via ferrata a Caserta, ove tenevo il mio quartier generale - seguito da parte del mio stato maggiore - e giungevo in S. Maria prima dell'alba - Montavo in carrozza per recarmi a S. Angelo - ed in quel momento udivasi la fucilata verso la sinistra nostra - Il generale Milbitz che comandava le forze ivi riunite - venne a me, e mi disse: "Siamo attaccati verso Santammaro - e vado a vedere ciocch v' di nuovo" Io ordinai di marciare, con tutta velocit, alla carrozza -
Il romore delle fucilate ingrossava - e si estese poco a poco su tutta la fronte sino a S. Angelo - Al primo albore, io giunsi sulla strada, a sinistra delle nostre forze di S. Angelo - gi impegnate - e giugendo mi accolse una grandine di palle nemiche.
Il mio cucchiere fu ucciso - la carozza fu crivellata di palle - e con me, i miei ajutanti, fummo obligati di scendere e sguainar le sciabole per aprirsi cammino - Io mi trovai presto, in mezzo ai Genovesi di Mosto - ed ai Lombardi di Simonetta - quindi, non fu necessario di difenderci noi stessi - quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i borbonici con tant'impetto - che li respinsero un buon pezzo distanti - e ci facilitarono la via per S. Angelo - L'addentrarsi del nemico nelle nostre linee, ed alle spalle - movimento d'altronde ben eseguito - con molta sagacia, e di notte naturalmente - provava esser egli ben pratico del paese -
Tra le strade che dal Tifate, e da monte S. Angelo mettono verso Capua, ve ne sono incassate nel terreno che posa sul tufo volcanico - alla profondit di pi metri - Tali strade furon forse praticate in tempi antichi - come comunicazioni tatiche d'un campo di battaglia - e le acque piovane scendendo dai monti circostanti - hanno senza dubbio influito a scavarne maggiormente il fondo.
Il fatto sta: che in una di quelle strade - ponno transitarvi forze considerevoli, anche delle tre armi - ed assolutamente al coperto.
I Generali borbonici, nel loro meditatissimo piano di battaglia, aveano accortamente profitato di tali strade per far passare alcuni battaglioni alle spalle della nostra linea - e  collocarsi sulle formidabili alture del Tifate - nella notte.
Disimpegnatomi dalla mischia in cui m'ero trovato per un momento - io m'incamminai coi miei ajutanti verso S. Angelo - credendo: esser il nemico solo alla sinistra nostra - ma procedendo verso le alture mi accorsi presto esserne il nemico padrone - ed alle spalle della nostra linea - Erano certamente i battaglioni borbonici - che di notte - per le strade coperte - di cui ho gi fatto cenno - avean tagliato la nostra linea, e s'eran portati dietro di noi nell'alto. Senza perder tempo, raccolsi quanti militi mi cadettero sottomano, e ponendomi per le vie della montagna, cercai di girarlo al dissopra.
Mandai nello stesso tempo una compagnia Milanese ad occupare la sommit del Tifate - o S. Nicola che domina tutte le colline di S. Angelo -
Detta compagnia, e due compagnie della brigata Sacchi, ch'io avevo chiesto, e che comparirono opportunamente - fermarono il nemico - che si disperse, e di cui si fece una quantit di prigionieri - Io potei allora salire sul monte S. Angelo - da dove vidi la pugna, fervere energicamente su tutta la linea da S. Maria a S. Angelo - ora favorevole a noi - ed ora i nostri piegando davanti all'impulso delle masse nemiche.
Da vari giorni - da monte S. Angelo - ove tutto potevo discernere nel campo nemico - molti indizi mi anunziavano un'attacco; e perci io non mi ero lasciato allettare, dalle differenti dimostrazioni fatte dal nemico sulla destra, e sulla sinistra nostra - il di cui motivo principale, era quello di obligarci ad allontanare delle forze nostre dal centro - ove esso pensava dirigere, i maggiori suoi sforzi.
E ben ci valse - poich i borbonici, impiegarono contro di noi nel 1 Ottobre, quanta forza disponibile ancora - avevano in campo e nelle fortezze - e per fortuna ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni - nell'estensione della linea nostra - Dovunque si combatteva, e con molta ostinazione da Maddaloni a S. Maria.
A Maddaloni, dopo varia fortuna - il generale Bixio - avea respinto vittoriosamente il nemico. A S. Maria, ove il generale Milbitz fu ferito - fu pure respinto - ed in ambi i punti lasci prigionieri, e cannoni.
A S. Angelo successe lo stesso dopo un combattimento di pi di sei ore - ma essendo le forze nemiche tanto  imponenti in quel punto - esse eran rimaste con una forte collonna, padrone delle comunicazioni tra cotesto punto e S. Maria - dimodocch, per portarmi alle riserve, ch'io avevo chiesto al generale Sirtori - e che colla via ferrata dovevano giungere da Caserta a S. Maria - io fui obligato di fare un giro a levante dello stradale e giunsi in S. Maria dopo le 2 p. m.
Le riserve da Caserta, giungevano in quel momento - e le feci schierare in collonna d'attacco sullo stradale che mette a S. Angelo - La brigata Milano in testa, sostenuta dalla brigata Eber - ed ordinai in riserva parte della brigata Assanti - Spinsi pure all'attacco i prodi Calabresi di Pace, che trovai tra le piante sulla mia destra - e che combatterono pure splendidamente -
Appena uscita la testa di collonna dal folto - che copre lo stradale vicino S. Maria - verso le 3 p. m., essa fu scoperta dal nemico, che cominci a tirarci delle granate - ciocch cagion un po di confusione tra i nostri - ma per un momento - ed i giovani bersaglieri Milanesi, che marciavano avanti - al tocco di carica, si precipitarono sul nemico.
Le catene dei bersaglieri Milanesi furon tosto seguite da un battaglione della stessa brigata - che caric impavidamente il nemico, senza fare un tiro come aveva l'ordine.
Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo -  a destra di quello da S. Maria a Capua - e forma con questo, un'angolo di circa 40 gradi - dimodocch procedendo la collonna nostra per lo stradale, lo spiegamento della stessa doveva esser sempre sulla sinistra - ove si trovava il nemico in gran numero dietro a ripari naturali - Impegnati che furono i Milanesi e Calabresi - io spinsi al nemico la brigata Eber, sulla destra dei primi - Ed era bel vedere i veterani dell'Ungheria coi loro compagni dei Mille - marciare al fuoco colla tranquillit, col sangue freddo - con cui si passeggia in un campo di manovre, e collo stesso ordine.
NOTA: Trr, Tuckery, Eber, Dunyow erano Ungheresi ed in detta brigata vi eran molti, di quei valorosi nostri fratelli d'armi a piedi ed a cavallo. FINE NOTA.
La brigata Assanti, segu il movimento in avanti - e la ritirata del nemico tard poco a manifestarsi verso Capua.
Il movimento di cotesta collonna d'attacco sul nemico  del centro - fu quasi simultaneamente seguito a destra dalle divisioni Medici ed Avezzana - e sulla sinistra dal resto della divisione Trr - sullo stradale di Capua.
Il nemico dopo d'aver combattutto ostinatamente fu sbaragliato su tutta la linea - e si ritir in disordine dentro Capua, protetto dal cannone della piazza - verso le cinque p. m. - Circa a quell'ora il generale Bixio, mi annunciava la sua vittoria dell'ala destra sui borbonici - Per cui, io potei telegrafare a Napoli:
"Vittoria su tutta la linea".
Il fatto del 1 Ottobre al Volturno - fu una vera battaglia campale.
Ho gi detto: esser la nostra linea difettosa, per irregolarit, e per troppa estensione - Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso, il piano di battaglia dei generali borbonici.
Essi ci diedero una battaglia parallella, potendo darcela obliqua - con cui avrebbero inutilizzato le opere nostre di difesa - e ricavato dei vantaggi immensi.
Essi ci attaccarono con forze considerevoli, su tutta la linea - in sei punti diversi. A Maddaloni - a Castel Morrone - a S. Angelo - a S. Maria - a S. Tammaro, ed a S. Leucio.
Io credo: saranno i Meridionali degni d'esser liberi e prosperi, quando avran cancellato cotesti brutissimi nomi. Si osservi che anche la posizione migliore di Maddaloni si chiama S. Michele (quindi tutti santi).
Diedero cos una battaglia parallella - cozzando con posizioni e forze preparate a riceverli - Se avessero, invece, preferito una battaglia obliqua, ciocch stava in loro potere - avendo essi l'iniziativa dell'attacco - facilitata dalla forte posizione di Capua - a cavallo - e con ponti sul Volturno - minacciando con avvisaglie di notte - cinque dei punti sumentovati - e nella notte stessa portare quaranta milla uomini - sulla nostra sinistra a Santammaro - io non dubito: essi potevano giungere a Napoli, con poche perdite. Non sarebbe stato - perci - perduto l'esercito meridionale - ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato - massime tra le impressionabili popolazioni Partenopee -
Un'altro motivo d'inferiorit borbonica - era pure: "il far fuoco avanzando" prediletto sistema dei nostri nemici - a cui fu fatale, in tutti gli incontri coi volontari nostri - che all'incontro li vinsero sempre - colle loro cariche a fondo e senza fare un tiro.
Mi si obbietter: tale nostro sistema esser nocivo, colle nuove armi di precisione - ed io dico con convincimento: esser pi necessario ancora con tali armi.
Supponiamo un campo di battaglia piano, e sprovvisto d'ostacoli - Due linee di bersaglieri stanno in presenza - l'una marciando, e facendo fuoco sull'altra, ferma e rispondendo ai tiri nemici.
Io dico: il vantaggio esser per la linea ferma - poich questa, carica l'arma e fa fuoco con pi sangue freddo e meno spossatezza - Il milite obliqua meglio il corpo - per presentare meno superficie possibile ai projetti nemici - Mentre quello che avanza, deve essere pi agitato - quindi meno precisi i suoi colpi - e sopratutto  impossibile, ch'egli possa andare avanti senza esporre il suo corpo, pi di quello che aspetta - Colle armi odierne - se una catena di bersaglieri ha il sangue freddo d'aspettarne una nemica che venga, facendo fuoco avanzando - essa perder certamente molti uomini - ma certo dei nemici non ne giunger uno illeso - Poi, son pochi i paesi - e pochi i casi - ove una linea di bersaglieri, dovendo aspettare il nemico in posizione - non trovi nella stessa, alcun'ostacolo da coprire in parte, od in totale i suoi militi - In quest'ultimo caso - a parit di numero - non vi sar un solo soldato - della catena avanzando, che possa giungere a quella che aspetta in posizione. O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni - o conviene caricarlo sino alla mischia - senza di che, si perder molta gente - e non si giunger alla meta.
Uno dei grandi vantaggi nostri alla battaglia del Volturno - fu pure la bravura dei nostri ufficiali - Quando si ha dei luogotenenti come Avezzana, Medici, Bixio, Sirtori, Trr, Eber, Sacchi, Milbitz, Simonetta, Missori, Nullo ecc. -  ben difficile: veder la vittoria, disertar le bandiere della libert e della giustizia.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Bronzetti a Castel Morrone - 1 ottobre 1860.
...
.
...
Accanto alle immortali famiglie dei Cairoli, Debenedetti - e di tante altre - per cui veste lutto l'Italia - posiamo alla venerazione di tutti quella dei Bronzetti -
Il maggiore fratello - caduto contro gli Austriaci a Seriate - Il secondo, non meno erocamente a Castel Morrone - Resta un terzo ai vecchi genitori - ed anche questo col consenso degli incomparabili vegliardi - pronto a dar la sua vita all'Italia - Servano tali esempi d'erosmo alle generazioni venture - Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane - il maggiore Bronzetti, alla testa di circa dugento uomini, sosteneva l'urto di quattro milla borbonici - e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui occupate - Invano il nemico, per tante volte, intim la resa, a qualunque patto - meravigliato da tanta bravura - Invano! Il prode Lombardo, avea deciso di morire co' suoi compagni - ma non arrendersi -
Avanzo di dieci assalti pochi restavano del piccolo suo battaglione - la maggior parte giacevano morti, o morenti sul campo della strage.
I pochi restanti per - non vollero udire di resa - trincierati nell'alto del rovinato castello - ed animati dall'esempio del loro valoroso capo - "Arrendetevi ragazzi" gridavano gli ufficiali borbonici: Arrendetevi - non vi sar torto un capello - e gi faceste abbastanza per l'onore"
"Che arrendersi!" gridavano quei superbi, e gloriosi figli d'Italia: "Fatevi avanti - se avete animo!"
Essi terminarono sino all'ultimo cartuccio - sostennero l'urto finale colla bajonetta - e caddero tutti! Soli, alcuni pochi, gravemente feriti, furono trasportati a Capua -
Ed ove giacciono le ossa di cotesti eroi, dell'eroco Bronzetti? Italia! Terra di monumenti - Le ricorderai?
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Combattimento di Caserta Vecchia. 2 ottobre 1860.
...
.
...
Reduce la sera del 1 - in S. Angelo - stanco ed affamato, per nulla aver preso nella giornata - io ebbi la fortuna di trovarvi i miei prodi carabinieri Genovesi - in casa del parrocco - Fu quella una venturosa scoperta: ebbi un lauto pranzo, il caf dopo quello - e mi sdrajai saporitamente - non ricordo ove.
Comunque: nemmen quella notte, ero destinato a riposare.
Appena sdrajato, ebbi notizie: che una collonna nemica di 4 a 5 milla uomini - trovavasi a Caserta Vecchia - minacciando di scendere a Caserta.
Era notizia da non disprezzarsi - e diedi ordine: per le due della mattina, ai Carabinieri Genovesi di trovarsi pronti, con 350 uomini del corpo di Spangaro - ed una sessantina di montanari del Vesuvio -
Con tale forza - marciai all'ora suddetta su Caserta, per la via della montagna e S. Leucio - Prima di giungere a Caserta - il collonnello Missori, ch'io avevo incaricato di scoprire il nemico - con alcune delle valorose sue guide - mi avvert: trovarsi il nemico, schierato, sulle alture di Caserta Vecchia - stendendosi verso Caserta - ciocch potei verificare io stesso, poco dopo.
Mi recai a Caserta, per concertare col generale Sirtori il modo d'attaccare quel nemico - che non credetti s ardito, d'attaccare il quartier generale nostro - e che m'ingannai in tale apprezzamento, come si vedr presto.
Combinai col generale suddetto di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano, e di marciare al nemico per il suo fianco destro, cio: attaccandolo per le alture del parco di Caserta - mettendolo cos tra noi, la brigata Sacchi di S. Leucio, e la divisione Bixio, a cui avevo mandato ordine di attaccare il nemico dalla parte di Maddaloni -
I borbonici, dalle alture, scoprendo poca gente in Caserta, proposero d'impadronirsene - non conoscendo probabilmente il risultato della battaglia del giorno antecedente - e quindi lanciarono circa la met delle loro forze su cotesta citt assaltandola vigorosamente - Dimodocch mentre io mi trovavo marciando al coperto - girando il loro fianco destro - due milla di loro scendevano dalle alture piombando sul nostro quartier generale - e se ne sarebbero forse impadroniti - se il generale Sirtori - colla solita bravura, con una mano di prodi che si trovavano nella citt - non li avessero respinti - Io procedevo intanto, coi Calabresi del generale Stocco, quattro compagnie dell'esercito regolare nostro ed alcune altre frazioni di corpi - verso la destra del nemico - che trovammo schierato in battaglia nell'alto - servendo di riserva, a coloro che stavano attaccando Caserta - e che senza dubbio non s'aspettava l'improvisa apparizione nostra.
I borbonici sorpresi resistettero poco - e furono spinti quasi alla corsa - perseguiti dai coraggiosi Calabresi ecc. - sino a Caserta Vecchia - Alcuni si sostennero un momento, in cotesto villaggio, facendo fuoco dalle finestre, e da certe macerie, che loro servivano di riparo - ma presto furono circondati e fatti prigionieri - quei che fuggirono verso ostro, caddero in potere dei corpi di Bixio - che dopo d'aver combattutto e vinto, valorosamente il 1 a Maddaloni - giungeva come un lampo, sul nuovo campo di battaglia -
Quei che presero verso tramontana, capitolarono col generale Sacchi - a cui avevo ordinato di seguire il movimento della mia collonna - Dimodocch di tutto il corpo nemico - che giustamente, ci aveva alquanto sgomentati - pochi furono quelli che poterono salvarsi -
Tale corpo era lo stesso, che aveva attaccato, e distrutto il piccolo battaglione del Maggiore Bronzetti, a Castel Morrone - e che l'eroca difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi - aveva trattenuto la maggiore parte del giorno 1 Ottobre, ed impedito quindi, che ci giungesse alle spalle nella fiera battaglia - Chi sa: il sacrificio dei dugento martiri - non fosse la salvazione dell'esercito nostro.
Come si  veduto durante la battaglia del Volturno chi la decise furono le riserve giunte sul campo di battaglia, verso le 3 p. m. E se coteste riserve fossero state trattenute a Caserta da un corpo nemico - la giornata risultava almeno indecisa - Ci prova pure: esser state le disposizioni dei generali borbonici - non tanto cattive - e che nelle combinazioni di guerra - bisogna esser secondati dalla fortuna, o da un genio, molto superiore.
Il corpo di Sacchi, contribu non poco - a trattenere la collonna nemica suddetta - al di l del parco di Caserta, nella giornata del 1 respingendola valorosamente -
Colla vittoria di Caserta Vecchia - 2 Ottobre 1860 si chiude il glorioso periodo delle nostre battaglie nella campagna del 60.
L'esercito Italiano del settentrione che Farini e compagni, inviavano per combatter noi, personificazione della rivoluzione, ci trov frattelli - ed a cotesto esercito tocc la cura di ultimare l'annientamento del borbonismo nelle due Sicilie.
Per sistemare la condizione de' prodi miei commilitoni - io chiesi il riconoscimento dell'esercito meridionale - siccome parte dell'esercito nazionale - e fu un'ingiustizia non concederlo - Si voleva godere il frutto della conquista - ma cacciarne i conquistatori.
Ci inteso: io deposi a mano di Vittorio Emanuele,(112) la Dittattura, che m'era stata conferita dal popolo - proclamandolo re d'Italia.
NOTA: In altri tempi si sarebbe potuto riunire una costituente, in quell'epoca era impossibile, ed altro non si sarebbe ottenuto che perdita di tempo ed uno svolgimento ridicolo della questione. Allora eran di moda le annessioni coi plebisciti. I popoli ingannati dalle consorterie tutto speravano dal governo riparatore. FINE NOTA.
A lui raccomandavo i miei valorosi fratelli d'armi - e questa era la sola parte sensibile del mio abbandono - desoso com'ero di ripigliare la mia solitudine.
Io lasciavo quella giovent generosa - che s'era lanciata attraverso il mediterraneo, fidente in me - disprezzando ogni genere di contrariet, di disagi, di pericoli - affrontando la morte, in dieci accaniti combattimenti, colla sola speranza dello stesso guiderdone, ottenuto in Lombardia, e nell'Italia centrale: nel plauso dell'angelica loro coscienza - e in quello del mondo, testimone di fatti stupendi.
Con tali compagni - alla di cui bravura - io devo la maggior parte de' miei successi - io affronterei certo volentieri - qualunque pi ardua impresa!
...
.
...
QUARTO PERIODO Dal 1860 al 1870.
...
.
...
CAPITOLO 1.
...
.
...
1862 Campagna di Aspromonte.
...
.
...
Una pianta vale in ragion diretta - del suo prodotto - E cos l'individuo: vale, secondo il prodotto benefico - ch'egli pu donare al suo simile - Nascere, vivere, mangiar e bere - e morire poi -  apannagio anche dell'insetto.
In un periodo come quello del 1860 - nell'Italia meridionale - un'uomo vive: e vive di vita utile per le moltitudini - Cotesta  la vera vita dell'anima!
"Lasciate fare a chi tocca"! dicevano generalmente coloro - che col muso nella greppia dell'erario publico - eran disposti a far nulla, o far male - In conseguenza di tale teoria, la monarchia Sabauda - per tre volte lanciava il suo veto - alla Spedizione dei Mille: la prima volta non voleva che si partisse per Sicilia - la seconda che si passasse il Faro - e la terza, che si passasse il Volturno.
Si part per Sicilia - si pass il Faro ed il Volturno - e perci le cose d'Italia non andarono peggio.
"Voi dovevate proclamare la Republica" gridarono i Mazziniani, e gridano anche oggi - come se cotesti dottori, assuefati a legislare il mondo dal fondo delle loro scrivanie - dovessero conoscere lo stato morale e materiale de' popoli - meglio di noi, ch'ebbimo la fortuna di capitanarli e guidarli alla vittoria.
...
.
...
Che le monarchie, come i preti, provino ogni giorno pi: che nulla di buono, si pu sperare da loro -  cosa patente - Ma che si dovesse proclamare la Republica, da Palermo a Napoli nel 1860 - ci  falso! E coloro che vogliono persuader del contrario - lo fanno per quell'odio di parte che hanno manifestato dal 48 in qu, in ogni occasione - e non, per esser convinti di quanto asseriscono -
Ebbimo il veto della monarchia nel 1860 - e l'ebbimo nel 1862 - Rovesciare il papato - credo tanto valesse - e qualche cosa di pi - che rovesciare il borbone - E nel 1862 - ciocch si proponevano le solite camicie rosse - era di buttar gi il papato - incontestabilmente, il pi fiero ed accanito nemico dell'Italia - ed acquistare la naturale capitale nostra - senz'altra meta, senz'altra ambizione - che quelle di fare il bene della patria -
La missione era santa, le condizioni erano le stesse - e la generosa Sicilia - meno alcuni che gi stavano comodamente seduti, alla mensa da noi preparata nel 60 - rispondeva col solito suo slancio, al grido di "Roma o morte" da noi proclamato a Marsala -
E qui, giova ripetere - ciocch gi dissi altra volta: "Se Italia avesse posseduto due Palermo - noi avressimo potuto ragiunger Roma, non disturbati"
Il venerando martire dello Spielberg - Pallavicino, governava a Palermo - A me certo repugnava: cagionar alcun disturbo a quel mio vecchio amico - Io per, ero convinto: esser colpa "il lasciar fare a chi tocca" sicuro che nulla, si tentava di fare, senonch colla spinta - di chi non voleva rimaner pianta inutile -
Quindi: il grido: "Roma o morte" a Marsala, seguito dalla raccolta de' miei prodi alla Ficuzza - tenuta, e selva a poche miglia da Palermo -
Quivi si riuniva un'eletta schiera della giovent Palermitana - e poi dalle provincie -
Corrao, il valoroso compagno di Rosolino Pilo, ed altri egregi, procuravano armi - Bagnasco, Capello, ed altri illustri patrioti - formavano un comitato di provvedimento - Dimodocch co' miei inseparabili fratelli d'armi del continente Nullo, Missori, Cairoli, Manci, Piccinini, ecc. - presto nuovi Mille - si trovavano in campo - disposti come i primi ad affrontare la tirannide sacerdotale, certamente assai pi nociva della borbonica -
Ma colla monarchia, noi avevimo il delitto di dieci vittorie, e l'insulto d'aver aggrandito i suoi apannagi - tutte cose che i re non perdonano -
Una gran parte di coloro, che vociferarono con entusiasmo l'unificazione patria, nel 60 - ora ben seduti e soddisfatti - o biasimavano l'impresa nostra - o si tenevano da parte - per non appestarsi al contatto di rivoluzionari, incontentabili ed irrequieti -
Comunque, grazie alla fiera attitudine di Palermo - ed alle vive simpatie della Sicilia tutta - noi potemmo percorrer l'isola sino a Catania - senza ostacoli ser -
La brava popolazione di Catania - non fu da meno - ed il suo contegno - trattenne nei limiti dell'inazione - chi, certamente, aveva voglia di fermare l'impresa nostra. -
Due piroscafi - uno Francese - e l'altro della compagnia Florio - capitati nel porto di Catania fornirono il mezzo di trasporto per il continente - Alcune fregate della marina militare Italiana incrociavano davanti al porto - ed avrebbero potuto impedire l'imbarco ed il passaggio - Esse - senza dubbio ne avevano l'ordine - Ma, sia detto ad onore di chi le comandava - ostilit non ve ne furono da parte loro - Ed io invio un plauso a quei comandanti - E credendo di conoscer anch'io l'onor militare - dir con coscienza del vero: che in casi simili, un'uomo d'onore deve fare a pezzi la sua sciabola -
Il modo in cui si pass lo stretto di Messina - fu molto pericoloso, per esser stracarichi di gente - i piroscafi, ad onta che molti de' nostri militi, non poterono imbarcarsi per mancanza di spazio - Nella mia vita da marino - ne ho gi veduto dei bastimenti molto carichi - Mai per, come in detta circostanza - Essendo la maggior parte dei nostri militi - nuovi arrivati - non contati ancora nelle compagnie - quindi non conosciuti dagli ufficiali - essi si affollarono talmente a bordo di quei poveri piroscafi sommergendoli -
Inutile era pregarli di sbarcare - nemmeno per sogno - e si correva a pericolo sommo - forse alla morte - Io rimasi per un pezzo in dubbio -: se si doveva partire in tal modo - Che perplessit, che responsabilit era la mia!
Dalla risoluzione d'un momento, dipendeva chi sa ch - per il mio paese -
Come dar ordini? Mentre ognuno che si trovava sui piroscafi, era impossibilitato di moversi dal suo posto, ed anche di girarsi -
Gi la notte cadeva colle sue tenebre - bisognava decidersi - a metter in moto - o rimanere l - serrati come sardelle - in una posizione intenibile - aspettando il giorno ad illuminar un fiasco -
Si mise in moto - e la fortuna, anche questa volta parteggi per il diritto e la giustizia - Il vento ed il mare furon proporzionati alla situazione dei vecoli - V'era come nella prima traversata del 60 - un po' di vento al Faro - e fortunatamente poco mare -
Verso l'alba, dopo d'aver felicemente traversato lo stretto - approdammo nella spiaggia di Melitto, ove si sbarc tutta la gente -
Come nel 60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma - con direzione a Reggio - Allora avevamo per avversari i borbonici - che si cercavano per combatterli - Oggi stava davanti a noi l'esercito Italiano, che si voleva evitare a qualunque costo - ma che pure a qualunque costo ci cercava per annientarci -
Le prime ostilit contro di noi, furono commesse, da una corazzata Italiana - che costeggiando il littorale parallellamente alla direzione nostra, ci regal d'alcuni tiri di moschetteria, obligandoci ad internar la gente per metterla al coperto -
Alcuni distaccamenti inviati da Reggio - con ordini ostili - assalirono alcuni dei nostri che marciavano di vanguardia; invano si fece sapere loro, che non si voleva combattere - invano - la loro intimazione era di arrenderci - e non volendolo com'era naturale - conveniva fuggire alle loro scariche fratricide -
A tale stato di cose - e per scansare un'inutile spargimento di sangue - io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte - Le ostilit dell'esercito Italiano contro di noi - ebbero la naturale conseguenza di spaventare le popolazioni - e renderci gli approvigionamenti molto difficili - I miei poveri volontari mancavano d'ogni cosa, anche del pi necessario: l'alimento - e quando si poteva, per miracolo, incontrar qualche pastore - con gregge - questi non voleva con noi trattare - peggio che se fossimo stati briganti -
Infine, noi erimo tenuti per scomunicati, e fuori legge - i preti, ed i retrogradi - avendo poca difficolt, a persuaderne, quelle buone ma rozze popolazioni -
Noi erimo per la stessa gente del 60 - e la nostra meta era tanto nobile, quanto quella di prima - Eravam certo meno favoriti dalla fortuna - e non fu la prima volta - ch'io vidi le popolazioni Italiane inerte - ed indifferenti per chi le voleva redente -
Non cos la Sicilia - io devo confessarlo - e quel popolo generoso - fu fervido nel 62 come avanti - Egli ci diede i migliori della sua giovent - e fra i provetti, il venerando barone Avizzani, di Castrogiovanni, che sopport come un giovinotto le grandi privazioni e disagi della campagna - E furon molti i disagi e le privazioni! - Io, vi ho sofferto la fame - e mi figuro: molti dei miei compagni, pi di me la soffersero -
Infine dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili - l'alba del 29 Agosto 1862 - ci trov sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati - Alcune patate mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento - prima crude - passato poi il primo orgasmo della fame - se ne mangiarono arrostite.
E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della Calabria - Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le difficolt di comunicazioni - ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi abitanti - con abbondanti provviste - di frutta pane ed altro - L'imminente catastrofe per ci diede poco tempo per profitare di tanta benevolenza -
A Ponente, alla distanza d'alcune miglia - si cominci a scoprire, verso le 3 p. m. la testa della collonna Pallavicini, destinata ad attaccarci - Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata - troppo debole, ed esposta ad esser accerchiata - ordinai un cambiamento di campo verso la montagna - e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona l'Aspromonte - ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte verso i nostri assalitori -
E veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito sardo - e vi volle molto amore del proprio paese - per non entrare in una guerra fraticida - Nel 62 per, l'esercito Italiano, perch pi forte, e noi pi deboli assai - ci vot all'esterminio - ed alacremente corse su di noi - come su briganti - e forse pi volontieri. Intimazioni, non ve ne furono di sorta - Giunsero i nostri avversari - e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente - Tali, certamente erano gli ordini: si trattava d'esterminio - e siccome tra figli della stessa madre - potevasi temare titubanza - cotesti ordini, furono senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione - Giunto a lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini form le sue catene - avanz risolutamente su di noi, e cominci il solito "fuoco avanzando" sistema adottatto anche dai borbonici, e che ho gi descritto difettoso -
Noi, non rispondemmo - Terribile fu per me quel momento! Gettatto nell'alternativa di deporre le armi come pecore - o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della monarchia - o dir meglio: i capi che comandavano quei soldati - Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ci  probabile - e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo facea supporre -
Io ordinai: non si facesse fuoco - e tale ordine fu ubbidito - meno da poca giovent bollente - alla nostra destra, agli ordini di Menotti - che vedendosi caricati un po sfacciatamente, caricarono, e respinsero -
La posizione nostra nell'alto - colle spalle alla selva - era di quelle da poter, tenere dieci contro cento - Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto ragiungerci - E siccome succede quasi sempre: esser fiero chi assale, in ragion diretta della poca resistenza dell'avverso - i bersaglieri che chi marciavano sopra, spesseggiavano maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee, per risparmiare la strage - fui regalato con due palle di carabina - l'una all'anca sinistra - e l'altra al maleolo interno del piede destro -
Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo - Coll'ordine di non sparare - quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta - rimanendo presso di me tutti i miei prodi ufficiali - fra cui i tre egregi chirurghi nostri - Ripari, Basile, ed Albanese - alla cura gentile dei quali, io devo certamente la vita -
Mi repugna, raccontar miserie! - Ma tante furono, manifestate in quella circostanza - dai miei contemporanei - da nauseare anche i frequentatori di cloache! -
Vi fu: chi si freg le mani, al fausto per lui anunzio, delle mie ferite - che si credettero mortali - Vi fu: chi sconfess l'amicizia mia - e vi fu: chi disse, essersi ingannato cantando qualche merito mio -
Per in onore dell'umana famiglia - devo confessare che anche i buoni, vi furono che ebbero per me cura di madre - che mi custodirono con cure veramente amorevoli - filiali! - E fra i primi, io devo rammentare il mio caro Cencio - Cattabene - tolto prematuramente all'Italia - La monarchia Sabauda - avea ottenuto la gran preda - ed ottenuta come la volea - cio: in uno stato - che il diavolo probabilmente - se la porterebbe via -
Si usarono veramente quelle civilt banali - comuni, che si costumano anche per i grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo - ma, per esempio - invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina - fui imbarcato a bordo d'una fregata - e condotto al Varignano - facendomi cos transitare tutto il Tirreno - con immenso tormento alla mia ferita del piede destro - Giacch - se non delle pi mortali - essa era certamente delle pi dolorose - Ma la preda si voleva vicina, ed al sicuro - Ripeto: mi ripugna di narrar miserie - e mi fastidia di tediare chi ha la pazienza di leggermi - con ferite, ospedali, prigioni, e carezze di reggi avvoltoj -
Fui dunque condotto al Varignano - alla Spezia, Pisa e quindi a Caprera - Molti furono i patimenti - e le cure gentili degli amici miei - molte - Al decano dei chirurghi Italiani - all'illustre professore Zanetti - tocc l'onore di operar l'estrazione della palla -
Finalmente dopo tredici mesi - cicatrizz la mia ferita del piede destro - e sino al 66 - condussi vita inerte ed inutile -
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Campagna del Tirolo.
...
.
...
Circa quattr'anni, eran passati dal giorno in cui fu fucilato in Aspromonte - Io dimentico presto le ingiurie - e cos credettero gli opportunisti - Coloro, per cui, pi l'utilit, che la moralit dei mezzi, serve di bussola -
Gi da giorni si vociferava d'alleanza colla Prussia contro l'Austria - ed il 10 Giugno 1866 - giungeva in Caprera - il mio amico Generale Fabrizi - ad invitarmi per parte del governo, e dei nostri a prendere il comando dei volontari, che numerosi si riunivano in ogni parte d'Italia -
Lo stesso giorno si part con un piroscafo per il continente - e si marci subito verso Como, ove doveva aver luogo la maggiore concentrazione di volontari -
I volontari eran veramente molti - la solita bella e focosa giovent - sempre pronta a combattere per l'Italia - senza chieder mercede - Con essa, brillavano per condurla - i coraggiosi veterani di cento pugne -
Comunque: non cannoni - i volontari ponno perderli - catenacci al solito, e non buone carabine di cui gi era fornito l'esercito - Parcimonia miserabile nel vestiario ecc. - per cui molti militi andarono al nemico vestiti da borghesi - Infine le solite miserie, a cui hanno assuefatto i nostri volontari - le cariatidi della monarchia -
Gli auspici sotto i quali, s'iniziava la campagna del 66 - promettevano all'Italia un risultato brillante - e quel risultato fu meschino - vergognoso!
Il pessimo sistema, con cui si governa questo paese - ove il denaro publico, serve a corrompere quella parte della nazione - che dovrebbe essere incorruttibile - cio gli uomini del parlamento, i militari, e gli impiegati d'ogni specie - tutta gente, sventuratamente, che con poca fatica si fa inginocchiare ai piedi del Dio Ventre -
La corruzione portata da Buonaparte, o moltiplicata in Francia, colla distribuzione del salame e del vino alle truppe, da cui egli voleva il 2 Decembre, si estese massime in questo nostro povero paese, che  condannato a scimiottare sempre i nostri vicini -
Corruzione, certo non ne mancava in Italia - ed i corrutori vi si trovavano abili come dovunque; ma coi successi dell'impero - col suo avvenimento fatale - Impero menzogna - sin dal suo nascere - poich esso nacque coll'epigrafe della pace - e fu un continuo fomite di guerra - senza la quale sapeva di non poter vivere - In tutte le epoche rivolgendo i suoi sforzi, ad abbattere la libert, dovunque, e dovunque sostituirvi il despotismo - Con tale corrutore, per modelo, dico: la societ Italiana pi intimamente si pervertiva, e contaminava l'esercito nostro, chiamato ad esser uno dei migliori del mondo - Si complettava il quadro di corruzione coll'elemento contadino, il pi numeroso del nostro esercito, ed il pi forte - che il prete mantiene nell'ignoranza - e nell'odio della causa nazionale, percui in Italia, come in Francia, si son vedute le famose sbandate di Novara e di Custosa -
Per un momento noi fummo sottratti all'ignominioso protettorato del Buonaparte - e non sapendo far da noi, mai, gettatti in altra alleanza, meno antipatica almeno - quella della Prussia - che certo ci valse molto al dissopra dei meriti nostri -
Comunque fosse: la campagna del 66 - si apriva con un'orizzonte brillante - La nazione, bench esausta da un governo predone, si mostrava ricca d'entusiasmo e di sacrifizi - La flotta numerosa, doveva misurarsi con un nemico inferiore - e che si teneva per vinto - e per la prima volta, il nostro esercito, quasi doppio dell'Austriaco in Italia - vedeva sotto i suoi vessilli i figli tutti della penisola dal Lilibeo a Cenisio - vogliosi, e gareggianti di combattere il secolare nemico - e che sola la boriosa ignoranza, ed incapacit di chi lo guidava, poteva condurre a Custosa -
I volontari che potevano ammontare a cento milla con un mediocre governo, per la solita paura, furono limitati circa a un terzo di quel numero - e al solito trattatti in armamento vestiario ecc. - E quando la catastrofe di Custosa ebbe luogo - poche migliaia trovavansi a Sal, Lonato e Lago di Garda - mentre i loro reggimenti di coda, erano ancora nell'Italia meridionale aspettando scarpe, armi, ecc. -
Tutto prometteva una campagna brillante - nonostante tanti ostacoli - e che doveva annoverare la nostra nazione tra le prime dell'Europa - ringiovinire questa vecchia matrona e ricondurla ai tempi primitivi della vita Romana - Ma non fu cos: condotta dal gesuitismo, in vesta marziale, essa fu trascinata in una cloaca d'umiliazioni!
Il governo spinto dall'opinione publica - ma sempre nemico dei volontari - di cui diffida e teme - perch rappresentanti dei diritti, e della libert dell'Italia - ne arma alquanti, ma il loro armamento, organizzazione e bisogni - si rissentono dell'antipatia e della malevolenza con cui furono accolti -
E cos stesso essi sono spinti alla frontiera, ove tra due giorni deve ruggire la battaglia! La precipitazione, con cui furono accelerate le mosse dell'esercito - e gli eventi sfortunati che seguirono subito - favorirono la concentrazione dei volontari - Giacch - solite gesuitiche corbellerie - era intenzione nell'alte sfere - per non metter tanti volontari insieme - di dividerli in due e lasciarne  la met nell'Italia meridionale con certi pretesti divolgati per mascherar la magagna - ma ch'eran soli pretesti -
Qui, io devo fare giustizia al re: sino dai primi momenti, in cui mi comunicava la sua intenzione di propormi al comando dei volontari, per via del dottore Albanese - egli mi partecipava l'idea di gettarci sulle coste Dalmate per cui mi sarei inteso coll'ammiraglio Persano - e si disse che tale determinazione, fu assolutamente combattutta dai suoi generali, e in particolare dal generale Lamarmora -
La risoluzione di spingerci verso l'Adriatico, mi piacque talmente ch'io ne feci fare a Vittorio Emanuele, i miei complimenti per il concetto proficuo e grandioso - Era veramente troppo bello il concetto, perch potesse capere in certi cervelli del consiglio Aulico Italiano - ed io presto potei pesuadermi - che il trattenere cinque reggimenti di volontari ad ostro - altro non era che diffidenza - volendoli togliere dai miei ordini - e fare circa: ci che s'era fatto nel 59 col reggimento degli Apennini -
Ebbi dunque per campo d'azione, le sponde del lago di Garda - contrariamente alle prime proposte fattami: ove si diceva di lasciarmi la scelta delle operazioni -
Che magnifico orizzonte si presentava all'oriente per noi - Sulle coste Dalmate con trenta milla uomini - v'era proprio da sconvolgere la monarchia Austriaca - quanti elementi simpatici ed amici - trovavamo noi in quella parte dell'Europa Orientale, dalla Grecia all'Ungaria! Tutte popolazioni bellicose, nemiche dell'Austria e della Turchia - e che poca spinta abbisognano per sollevarle contro i loro dominatori - Noi avressimo occupato certamente il nemico, da obligarlo ad inviare un potente esercito contro di noi - diminuire le sue armate dell'occidente e del Settentrione - e se no internarci nel cuore dell'Austria - e gettare il tizzone del risorgimento alle dieci nazionalit - che compongono, quel corpo eterogeneo e mostruoso - Dovendo operare sul lago di Garda, io chiesi di porre sotto il mio comando la flottiglia esistente a Sal, ciocch facilmente ottenni - Ma, se si osserva il misero stato, in cui si trovava quella flottiglia - si vedr facilmente, com'essa riusc di mero imbarazzo - e di non poco fastidio per salvarla dalla flottiglia nemica pi numerosa, e molto meglio organizzata. I volontari dovettero fornire la maggiore parte della gente - massime di marini - per equipaggiar la flottiglia, e guarnir il littorale per proteggerla, massime dopo l'infausta giornata di Custoza - e la ritirata dell'esercito nostro -
Un reggimento intero dovette rimanere a Sal col solo intento di dare il servizio di vigilanza in quel porto, ed in tutta la costa contigua - e forti che si eressero man mano, per proteggerlo -
Il generale Avezzana, con un numero adeguato di ufficiali - compresovi un forte distaccamento di volontari marini, venuti da Ancona, Livorno e da altri porti di mare - dovettero pure rimanere in Sal allo stesso oggetto -
La flottiglia Austriaca contava sul lago di Garda otto piroscafi da guerra, armati di 48 cannoni - con equipaggi proporzionati - e forniti d'ogni bisogno - La flottiglia Italiana - al mio arrivo in Sal - non aveva pronta che una sola cannoniera da un cannone - le altre cinque, come la prima, a vapore e collo stesso armamento - una era in terra - inutile - e le altre quattro colle macchine non in ordine -  vero: che si lavor subito, a metter in istato di muoversi le quattro galleggianti - ma appena verso la fine della guerra, si ebbero in pronto cinque cannoniere, con un cannone da 24 ciascuna, cio cinque cannoni da 24 - mentre il nemico contava 48 cannoni del calibro da 80 in gi. Si lavor pure alla costruzione ed armamento di zattere - che avrebbero potuto essere di non poca utilit - ma la mancanza del necessario - e la lentezza del lavoro - fecero s: che non si pervenne mai, a poterne avere una sola, pronta da trascinarsi sul lago -
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Battaglie, combattimenti.
...
.
...
Chiamati sulla sponda occidentale del lago di Garda, tutt'i reggimenti nostri - ed avendo l'ordine di operare nel Tirolo - io spinsi il 2 reggimento ed il 2 bersaglieri verso il Caffaro, per impadronirsi di quel ponte e della forte posizione di Monte Suello - ci che fu eseguito con celerit e bravura - cacciandone gli Austriaci in un combattimento glorioso -
L'iniziativa della nostra campagna, cominciava bene, e col resto dei reggimenti disponibili, io mi accingevo a seguir da vicino nel Tirolo, quella prode nostra vanguardia - quando accade la fatale battaglia del 24 Giugno -
Comunicatomi dal generale Lamarmora, l'esito infelice di quella giornata - coll'ordine di coprire Brescia - e di non contare sull'apogio dell'esercito nostro che si ritirava dietro l'Oglio - io richiamai dal Tirolo la vanguardia - e pensai subito ad un concentramento, di quante forze potevo riunire, su Lonato - Punto che soddisfava il triplice obbietivo di coprire Brescia, Sal, e che poteva giovare a raccogliere alcuni dispersi e materiali dell'esercito - Cicche ebbe luogo realmente -
I nostri prodi volontari, ricchi solo di patriotismo e di entusiasmo - all'ordine mio venivano avanti a marcie forzate - verso Lonato - ma armati di fucilacci, e privi de' principali oggetti di corredo - che si provvedevano marciando - era difficile, potessero arrivare presto - massime i reggimenti del mezzogiorno -
Nei giorni che seguirono lo sventurato 24 - noi occupammo Lonato e Desenzano, con posti avanzati a Rivertella - prima con uno, poi con vari reggimenti, che prendevano il loro posto di battaglia, mentre arrivavano - Essendo da suppore con probabilit: che gli Austriaci non resterebbero inerti, dopo la ritirata dell'esercito nostro -
I Reggimenti dell'Italia meridionale, nonostante, ad onta di ogni sforzo per venire avanti - non sarebbero stati a tempo per coadiuvarci - se il nemico, profitando de' suoi vantaggi - si fosse spinto su di noi - E mi pare, che verso il 26 - giorno probabile dell'apparizione del nemico - noi non avressimo potuto opporre - al dissopra di otto milla uomini - con una batteria di montagna - ed un pezzo da 24 della flottiglia - collocato sull'altura di Lonato - Da tutto ci si deduce: che la risoluzione di tener Lonato contro l'esercito nemico vittorioso - se fosse marciato avanti - era un p arrischiata nondimeno essa fu ben proficua - I volontari Italiani, ne ponno andare superbi - ed i giovani ponno ritrarne l'ammaestramento: che prima di ritirarsi davanti a un nemico - per forte che sia - conviene almeno vederlo, assaggiarlo - e calcolare freddamente il danno, e la vergogna che pu risultare da una ritirata precipitosa -
Tenendo Lonato, Desenzano - e gli avamposti nostri a Rivoltella - e sulla destra della nostra fronte sino a Pozzolengo - noi coprimmo veramente Brescia - come ci veniva ordinato - Sal col suo arsenale, depositi e flottiglia - e potemmo con grande soddisfazione raccogliere dispersi dell'esercito e convogli dello stesso -
A me rincresce di calpestare i caduti - e non vorrei che si considerasse il mio dire, sulla direzione dell'esercito - come una rapresaglia per i molti torti ricevuti, da chi allora dirigeva - Ma bisogna pur confessare - che aspettando tutti dei risultati brillanti - da un brillante esercito, il doppio in numero del nemico - con mezzi immensi - la prima artiglieria del mondo - molto entusiasmo nella truppa - e molta bravura - e trovarsi in un momento delusi - con quel bell'esercito in confusione - ritirandosi senza essere perseguito dal nemico - dietro un fiume alla distanza di trenta miglia - e lasciando scoperta la quasi intiera Lombardia - bisogna confessare - lo ripeto: che fu un terribile colpo per tutti -
L'esercito principale, si ritirava dal Mincio all'Oglio - e si ritirava dopo d'essersi battutto - E l'esercito di destra - cio del Po - perch si ritirava? Con novanta milla nomini - ed un fiume come il Po davanti al naso - quell'esercito si ritirava - inseguito da chi? Il nemico avea ottanta milla uomini sul Mincio - e bench vittorioso - dopo una battaglia con un'esercito superiore - quegli ottanta milla uomini dovevano esser almeno menomati e stanchi. E perch ritirarsi dal Po, sino all'Apennino? Io non me ne posso dar ragione -
Non conosco il generale Austriaco che comandava i nostri nemici nel 1866 - comunque - egli dev'esser un generale di genio - avendo vinto un'esercito pi numeroso del doppio - e composto di militi, che certamente valevano i suoi -
Le vittorie dei Prussiani al settentrione - influirono certamente a fermarlo - Egli per con un poco pi di risoluzione - poteva schiacciare i miei ottomilla uomini senza artiglieria - e venirsene a villeggiare nel cuore della Lombardia e del Piemonte - con molta probabilit di ottenere una pace a condizioni per lui favorevoli -
Tra i volontari per non vi fu confusione - non timore - non sconcerto - Tutti afflisse cotesta sciagura nazionale - ma a nessuno nacque un senso di diffidenza, sui destini del paese - e lo stesso entusiasmo con cui quella brava giovent, avea lasciato i suoi focolari, durava - anzi cresceva per la delicata, e temeraria posizione nostra -
Guerra! combattere! chiedevan tutti - E se avessero avuto, almeno, un mese d'organizzazione - di scuola da campo - ed armati dovutamente essi avrebbero operati miracoli - Meditando pacatamente sulle cause del rovescio del nostro esercito - e lasciando da parte l'incapacit di certi comandi e la poca affezione dell'elemento contadino alla causa nazionale - coll'imparzialit della storia - si pu arditamente stabilire: esser difettoso il piano di campagna adottatto sino dal principio -
 sempre: voler battere il nemico tutto - colla met sola del nostr'esercito -
Mentre il generale Austriaco batte la met del nostro esercito coll'intiero suo - sistema che generalmente da la vittoria a chi l'adotta - e di cui vi sono tanti esempi nella storia delle battaglie -
L'esercito Italiano dividevasi in due: il primo di cento venti milla uomini sul Mincio - ed il secondo di novanta milla sul Po - Ambi come si vede, superiori all'esercito nemico - che contava circa ottanta milla uomini fuori delle sue fortezze -
Minacciare su vari punti, con divisioni, o al pi con corpi d'esercito - poi con una massa di circa cento ottanta milla uomini dar il colpo decisivo al forte dell'esercito nemico - questo sembrami il primo errore commesso dal nostro generale in capo -
Le foci del Po - io credo fosse il punto pi adeguato per il passaggio del nostro grande esercito - ove si potevano avere quanti se ne volevano - piroscafi e barche per facilitarlo - E padroni poi delle due sponde del gran fiume - potevasi subito dopo passare il resto delle forze nostre e tutto il materiale in poco tempo -
Accorrendo il nemico per combatterci - egli non avrebbe avuto almeno il sostegno del terribile quadrilatero.
Il generale Austriaco profitando degli errori nostri - concentrava saviamente, quante forze aveva disponibili nei dintorni di Verona - e cadeva sull'esercito nostro del Mincio dimezzato - che prima iniziava l'offensiva -
Napoleone il 1 non eran molti anni, che avea manovrato in modo simile - ed avea battutto lasciando l'assedio di Mantova - le due met dell'esercito Austriaco l'una dopo l'altra - su ambe le sponde del Garda - Esse avevano commesso l'errore di dividersi per attaccarlo - mettendo il grande lago tra esse - e il gran capitano le prevenne e le distrusse -
Dopo la grande battaglia di Custosa, noi tenemmo le posizioni di Lonato e Desenzano - sinch un ordine dal comando supremo - ci ordinava di ripigliare le operazioni nel Tirolo - essendo l'esercito nuovamente in istato da tornare all'offensiva -
Lasciando il 2 Reggimento a coprire Sal - la flottiglia, ed i punti pi importanti del lago sino a Gargnano - Il tutto agli ordini del generale Avezzana - ed avendo ultimato le batterie di difesa della costa occidentale - noi ripigliammo la via del Caffaro col 1, 3 reggimenti - e 1 battaglione bersaglieri -
Il nemico intanto dopo il nostro abbandono del Caffaro - e gonfio della vittoria di Custosa - avanz guarnito fortemente cotesto punto, e Monte Suello - io decisi con un colpo di mano di cacciarnelo, per aprire la via del Tirolo -
Partito il 3 luglio da Sal - all'alba - io giunsi a Rocca d'Anfo verso il meriggio - e trovai il colonnello Corte, allora al comando della vanguardia, composta dei tre corpi suddetti - che aveva gi preso le sue disposizioni, per sloggiare il nemico dalla nostra frontiera -
Egli aveva spedito il maggiore Mosto, verso Bagolino, con 500 uomini, per la via montana - e per le valli a ponente di Rocca d'Anfo - coll'oggetto di operare una diversione sulla destra, ed alle spalle del nemico -
Scoprendo da Rocca d'Anfo, un'avamposto Austriaco, a S. Antonio - circa ad un tiro di cannone dalla fortezza, si cerc pure di girarlo, inviando un distaccamento del 1 bersaglieri, agli ordini del Cap.o Bezzi, per la montagna -
Nessuno dei due distaccamenti diversivi, riusc nell'impresa, per la difficolt delle strade, e per la pioggia dirotta -
Io forse, contai troppo sullo slancio dei prodi volontari - ed avrei dovuto differire l'attacco all'altro giorno, essendo i militi stanchi e fradici dalla pioggia - colle loro armi, e munizioni in deplorevole stato -
Ma contando sull'effetto di un brusco inaspetato attacco - e sopratutto sull'entusiasmo d'uomini, che aveva veduto superare ostacoli ben maggiori - mi decisi alla pugna -
Verso le 3 p. m. essendo giunto il Capitano Bezzi, per la montagna di sinistra, al punto convenuto, fece un segnale - ed io ordinai alla collonna d'attacco - rimasta sin'allora coperta dalla fortezza - di marciare avanti a passo celere - e di assaltare il nemico -
Il colonnello Corte, marciava alla testa della collonna, coi suoi aiutanti, e disponeva - con quel sangue freddo che lo distingue - l'attacco in buon ordine - e collo slancio degno dei volontari Italiani -
Per un pezzo, tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla bravura dei nostri - ma rinforzato dalle riserve, che coronavano le alture di Monte Suello - ed i nostri militi trovando sempre posizioni pi formidabili - essi furono alla fine fermati nel loro slancio, ed un numero grande di feriti, venendo indietro per lo stradale, sostenuti dai loro compagni, alcuna confusione comunicarono nella collonna - Perdemmo uno dei nostri migliori ufficiali - in quell'affare - il Capitano Bottino - e tanti altri prodi militi - Il numero de' feriti nostri, fu certo molto maggiore di quello dei nemici - Solito apannaggio conferito ai volontari Italiani dal solito consiglio Aulico - dovendo loro combattere sempre con catenacci - contro armi superiori - E qu trattavasi di carabine Tirolesi, essendo i nostri nemici tutti di quei montanari. Fuga non vi fu veramente - il timore non invase i nostri giovani militi - ma erano affranti dalla fatica delle marcie anteriori alla pugna, e dall'assalto in posizioni cos difficili - La maggiore parte - e massime il 3 reggimento - sprovvisto di giberne, non avevano un solo cartuccio asciutto - Dei fucili pessimi che non facevano fuoco, o se lo facevano, non arrivavano il nemico - che armato di superbe carabine ci fulminava.
Infine la giornata rest indecisa, e si rimase nelle posizioni occupate sotto Monte Suello - Ferito alla coscia sinistra, io fui obligato di ritirarmi - lasciando il comando al colonnello Corte, che si sostenne bravamente, tutto il resto della giornata nelle posizioni acquistate - Il colonnello Bruzzesi del 3 lo coadiuv valorosamente -
All'alba del 4, essendosi ritirato il nemico da Monte Suello, noi l'occupammo col battaglione Cairoli del 9 reggimento - al quale - avendolo trovato sulla strada verso Barghe - avevo ordinato di marciare avanti nel giorno antecedente. Nello stesso giorno, si occup Bagolino ed il Caffaro.
...
.
...
Il resto dei corpi volontari, ancora sprovvisti del necessario - venivano avanti, ma lentamente - verso il Tirolo - per essere obligati di provvedersi cammin facendo -
Lodrone e Darzo, furono occupati con poca resistenza, e finalmente si occup ponte Dazio, e Storo, ove si stabil il mio quartier generale - Storo piccolo villaggio al confluente delle due valli Giudicaria e d'Ampola - era per noi importante - ma per esserlo veramente: si dovevano occupare le alture che lo dominano - massime Rocca Pagana - altissimo pico che lo minaccia quasi verticalmente -
Dovendo penetrare nella Giudicaria poi, conveniva, indispensabilmente, impadronirsi prima del forte d'Ampola, che padroneggia la valle dello stesso nome, e che mette nella val di Ledro, da dove il nemico poteva sboccare, e tagliarci, - impadronendosi di Storo e ponte Dazio - dalla nostra base d'operazione, Brescia -
Avendo coperto la nostra sinistra, coll'occupazione di Condino, e le alture di ponente tutta la nostra cura, fu rivolta nel dominare e circuire il forte d'Ampola -
In quei giorni ci giunse la famosa 18 brigata comandata dal maggiore Dogliotti - con 18 magnifici pezzi da 12 -
Con tale brillante artiglieria, io ho potuto formarmi una idea esatta - di ci che vale la nostra artiglieria Italiana - ch'io stimo con orgoglio, non seconda a nessuna nel mondo - Il 16 luglio, il nemico tent di cacciarci da Condino - I nostri contrariamente agli ordini miei, si erano spinti da Condino sino a Cimego - ed occuparono il ponte, ivi esistente sul Chiese - senza provvedere di guarnir le alture - indispensabili in quel paese scoscese - per proteggere la forza che si trova nella valle -
Il nemico con forze superiori delle tre armi - respinse i nostri da Cimego - e senza alcuni pezzi della nostra eccellente artiglieria - giunta in quei giorni - la giornata poteva costarci molto. Fortunatamente le perdite non furono grandi e quivi come sempre, l'inferiorit dei nostri fucili fu causa delle perdite nostre - maggiori di quelle del nemico -
Il maggiore Lombardi, uno dei prodi, di tutte le pugne Italiane, e dei migliori ufficiali nostri, mor in quel giorno sul campo -
Lo stesso giorno tornando da Condino a Storo in carozza - un'imboscata nemica su Rocca Pagana - ci fulmin per un pezzo - ma senza ferimenti. In tale giorno a Condino, si distinse molto il collonnello Guastalla -
I prodi generali Haug, e maggiore Dogliotti incaricati dell'assedio del forte d'Ampola - lo condussero presto a buon segno - I volontari arrampicati sulle scoscesissime montagne, che lo dominano, ridussero gli assediati a non potere mostrare la faccia all'aperto in nessuna parte, e lo circuirono complettamente -
I pezzi portati a spalla dai volontari ed artiglieri - o tirati con corde fra i dirupi sulle alture, fecero ben presto un mucchio di macerie - non delle casamatte, di grande solidit, ma di tutti gli edifizi attigui a quelle -
Molte granate tirate dai bravi artiglieri nostri penetrarono per le canoniere e fecero stragi - Un pezzo nostro collocato sulla strada dal valoroso tenente Alasia - che vi perd la vita - contribu molto a sconcertare il nemico -
Infine, dopo pochi giorni d'assedio, di canoneggiamento, e di fucilate - si arrese quel piccolo - ma per noi importantissimo forte -
La guerra del Tirolo, come in tutti i paesi di montagne - non pu essere condotta, senonch col possesso delle alture - Invano si tenterebbe anche con forze formidabili, contro minori d'inseguire il nemico nelle valli - Questo coi suoi eccellenti tiratori sulle vette dei monti, e sui pendii - farebbe sempre una strage delle truppe, avanzando per le strade delle vallate -
Perci ad eccezione del monte Suello - ove, forse per impazienza - non ci attennemmo esattamente a tale massima - tutte le nostre operazioni in avanti, furono sempre precedute dall'occupazione dei monti circostanti - e quantunque i cacciatori Tirolesi, sieno pratici di quel genere di guerra - armati di eccellenti carabine - che maneggiano con una maestria stupenda - e che sono anche soldati valorosi - se si arriva a dominarli dalle creste - essi cedono - e la tenacit nostra nel procedere avanti - fu sempre coronata dal successo, ad onta di perdite ben considerevoli - Successo dovuto all'occupazione delle alture particolarmente -
"Fare l'aquila" era quindi il motto prevalso tra i volontari - a cui si raccomandava particolarmente - "Fare l'aquila" cio impadronirsi delle alture - pria di qualunque marcia avanti per le vallate - Tale massima deve osservarsi anche nelle ritirate - ove il terreno e le circostanze lo permettano -
La resa del forte d'Ampola, e l'occupazione della catena di monti che stendonsi da Rocca Pagana, sino alle sommit del Burelli, Giovio, Cadr, ecc. - dominando le due valli di Ledro, e Giudicaria - ci apersero facile la via in val di Ledro - e potemmo stendere la testa della nostra collonna di destra, sino a Tiarno e Bezzeca -
Il nostro movimento per la destra, in val di Ledro - era tanto pi importante - poich si doveva da quella parte, proteggere la giunzione del 2 reggimento, ingolfato per il Monte Nota, verso Pieve Molina, ed il lago di Garda - contrariamente ai miei ordini che lo chiamavano per la val Lorina su Ampola - a coadjuvarvi l'assedio - Quel reggimento si era disordinatamente portato troppo a destra - ed esposto ad esser distrutto dal nemico - ad onta, che le sue singole compagnie, si erano valorosamente battutte contro nemici superiori -
Io dissi anteriormente: aver lasciato il 2 reggimento a Sal, in protezione della flottiglia arsenale e forti - Lo stesso era stato cambiato dal 10 reggimento - ed ebbe ordine di marciare per val Vestina sulla destra nostra, salir quella giogaja, e discendere per val Lorina su Ampola -
Molti furono i disagi e fatiche sofferti in quella marcia dal 2 e non pochi gli errori commessi - E se la resa d'Ampola avesse tardato un giorno solo - o noi ritardato l'occupazione di Bezzeca - certo, quel reggimento era perduto, come si vedr da quanto segue -
Premendomi l'occupazione di val di Ledro - massime per assicurare la giunzione del 2 reggimento - io avevo ordinato al generale Haug, di lasciare al maggiore Dogliotti, la cura dell'assedio d'Ampola - e di portarsi nella valle suddetta, con quanta forza poteva prelevare dall'assedio.
Era impresa ardua - pria della resa del forte - e non pot eseguirsi -  vero: che la brigata Haug componendosi del 7 e del 2 - il primo quasi tutto occupato - ai lavori d'assedio - e del 2 essendovi poche compagnie su Ampola - era ben arduo eseguire l'ordine mio -
Comunque io ero inquieto sulle sorte del 2 reggimento - e subito la resa effetuata - non perdei un momento a spingere sulla val di Ledro - il quinto reggimento - unico rimasto in riserva - le compagnie dei diversi reggimenti, che avean contribuito alla capitolazione d'Ampola - e due battaglioni del 9 reggimento - che occupava le alture di monte Giovio, ecc. -
Il movimento per val di Ledro, fu fatto a tempo, poich il nemico avendo riunito nella valle di Conzei, sei milla de' suoi migliori soldati - scendeva per quella valle su Bezzeca coll'intenzione di separare i distaccamenti del 2 reggimento da noi - e farli a pezzi -
La valle di Conzei, scendendo da tramontana, giunge perpendicolarmente nella valle di Ledro, a Bezzeca -
Il 20 - essendo la strada d'Ampola libera - dopo la reddizione del forte - la nostra testa di collonna di destra aveva occupato quel villagio - e nella notte fu mandato un battaglione del 5 reggimento - comandante Martinelli - in ricognizione sulle alture orientali -
Cotesto battaglione - non so di chi la colpa - o per caso - trovossi, all'alba, avvilupato da forze nemiche considerevoli - e fu obligato di retrocedere con perdite considerevoli - Gli avanzi di detto battaglione, perseguiti dal nemico, si ripiegarono sulla collonna principale, che occupava Bezzeca, ed i villagi attigui a tramontana di quello - ed ivi s'impegn un serio combattimento.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Combattimenti di Bezzeca. 21 luglio.
...
.
...
Il nemico gonfio de' suoi primi successi - venne avanti, con un'intrepidezza, alla quale erimo poco assuefatti - e successivamente cacci da tutta la valle di Conzei, i nostri - Invano si era collocato una batteria da 8, in avanti di Bezzeca, che lo fulmin per un pezzo - Invano i capi, e gli ufficiali nostri, alla testa dei volontari - pagando di persona, si precipitarono alla carica per arrestarlo - Invano! Sino a Bezzeca, tutte le posizioni nostre, furono guadagnate dal nemico - ed egli, non solo occup quel villagio - ma si spinse avanti dallo stesso, e port un distaccamento sulla destra nostra - ad Ostro della val di Ledro - ad attaccarci di fianco.
Io ero partito all'alba da Storo in carozza - essendo fresca ancora la mia ferita del 3 Giugno - e dalle notizie avute - non mi aspettavo a trovar la mia gente impegnata in s fiero combattimento - Avevo per - lasciando Storo - dato ordine di marciare avanti alla mia direzione - per le 3 p. m. al 7 reggimento - ed al 1 bersaglieri.
Giunto nelle vicinanze di Bezzeca, il cannone e le fucilate - mi avvisarono della pugna impegnata - Feci chiamare il generale Haug per averne contesa - e dai raguagli, vidi che si trattava di un affare serio.
Ambi convenimmo di far occupare le alture di Sinistra, coi battaglioni del 9 reggimento che cominciavano ad arrivare - E ben ci valsero, poich la salvazione prima della giornata, furono quelle posizioni - occupate dai prodi di quel reggimento - e lo dico con vero orgoglio: capitanati da mio figlio Menotti - I due battaglioni del 9 eran comandati da Cossovich e Vigo Pelizzari - ambi dei Mille, e ben degni d'esserlo -
Nel centro e sulla destra nostra, i volontari venivano indietro - e lo stesso la batteria suddetta, facendo fuoco in ritirata e comportandosi valorosamente -
Un cannone di cotesta batteria, ebbe tutti i cavalli morti, e i serventi morti o feriti - meno uno - Questo prode, dopo d'aver mandato l'ultimo projetto al nemico, mont a cavallo del suo pezzo, con tanto sangue feddo - come se si fosse trovato su d'un campo di manovre -
In quel mentre, il maggiore Dogliotti mi avvis tenere indietro una batteria fresca - Avanti! io gridai; e quella brava gente - in pochi minuti - giungeva al galoppo - obliquava a destra, collocava i suoi sei pezzi, sopra un terreno, gentilmente elevato - e fulminava il nemico, con tiri tali, che pi sembravano fuoco di moschetteria - anzich di cannone - tale era la lor celerit.
De' sei pezzi in ritirata se ne agiunsero tre alla batteria fresca - ciocch form un insieme di 9 bocche a fuoco formidabili -
Tutti gli ufficiali del mio quartier generale, e quanti mi capitavano a portata della voce - ebbero da me incarico, di ragranellar gente, e spingerla avanti - Canzio, Ricciotti, Cariolatti, Damiani, Ravini, ed altri, si precipitarono alla testa di un nucleo di valorosi - e coadiuvati dall'intrepido 9 sulla sinistra - fugarono il nemico gi scosso dal fulminar della nostra artiglieria - oltre Bezzeca ed i villagi attigui.
Il nemico non resse pi e si diede, ad una ritirata completa, abandonando tutte le posizioni acquistate, sino ben in su nella valle di Conzei, e per i monti da levante.
...
.
...
Cotesto combattimento del 21 Agosto, il pi serio e micidiale di tutta la campagna, ci cost un gran numero di morti e feriti. Tra i primi, cadeva l'eroico collonnello Chiassi, alla testa del suo reggimento - Furon feriti: i prodi maggiori Pessina, Tanara, Martinelli - i capitani Bezzi, Pastore, Antongina - e tanti altri dei migliori.
Il nemico pure, ebbe tali perdite - che da quel giorno abbandon ogni idea di difendere il Tirolo Italiano - e prese disposizioni di ritirata sul Tirolo Tedesco.
Il 22, io passeggiai in carozza sino a Pieve di Ledro - ove trovai il collonnello Spinazzi, con parte del suo 2 Reggimento - Si osservi che Pieve, era a un tiro di carabina da Bezzeca.
Chiesi a quel collonnello: da quanto tempo si trovava in quella posizione - e mi rispose da tre giorni - Io rimasi confuso, e dimandai: perch non avea preso parte al combattimento del giorno antecedente - Mi disse: per mancanza di munizione - Lo lasciai - ed ordinai al generale Haug, che lo arrestasse, subito dopo aver riunito il suo reggimento -
Nel contegno del collonnello Spinazzi - pare vi fossero sintomi di demenza - poich la condotta antecedente di quel capo per quanto sapessi - non era stato da vigliaco - poi, per codardo che possa essere un'uomo, quell'uomo - con parte d'un reggimento, che avea valorosamente combattutto, colle sue singole compagnie - non poteva rimanersi indifferente, ad un chilometro di Bezzeca, ove la pugna dur dall'alba sino alle 2 p. m. - ove il cannone avea ruggito per 9 ore - ed ove erano accanitamente impegnati dodici milla uomini da una parte e dall'altra -
Dal suo processo per, pare ch'egli non si trovasse il 21 a Pieve di Ledro - ma bens sul monte Nota, che domina ad ostro quel paese - (ciocch mi conferma nella mia opinione di demenza in quello sventurato ufficiale) che sul monte Nota riun un consiglio de' suoi ufficiali, che decisero di marciare verso il campo di battaglia ove finalmente, per troppo lentezza, giunsero tardi -
Il 2 reggimento con un capo attivo poteva compiere una parte ben gloriosa in quella giornata - Esso si trovava giustamente alle spalle del nemico, quando questo occupava Bezzeca - ed impadronendosi delle alture a levante - che dominano cotesto villagio - esso, complettava un trionfo che avrebbe costatto agli Austriaci, la lor artiglieria, e molti prigionieri -
Basta portarsi sul luogo, per capacitarsi della verit della mia asserzione - Al contrario quel bel reggimento, per la salvezza del quale, si combatteva a Bezzeca, con tanto spargimento di sangue, rimaneva inoperoso, senza giovarci menomamente -
Serva tale fatto, ad esempio dei giovani ufficiali - Ove il cannone rugge - e che si sa esservi i compagni impegnati - non v' scusa che tenga - l si deve marciare - Vi mancano munizioni - ebbene - i feriti ed i cadaveri ponno provvedervele - L si deve marciare, ripeto: almeno che non abbiate altra missione, od ordini contrari ben espressi -
Io non narrer i combattimenti parziali - eseguiti nei monti, e ve ne furono dei ben gloriosi, a cui certamente non ho potuto assistere - Dir soltanto che nel 21, il nemico, per mascherare il serio movimento su Bezzeca, aveva accennato con una forza rispettabile, anche su Condino - ove il prode generale Fabrizi - capo di Stato Maggiore lo respinse colla brigate Nicotera e Corte - ed alcuni pezzi di artiglieria -
Anche su Molina, verso il lago di Garda - vi furono due impegni col nemico - in varie circostanze, in cui alcune compagnie del 2 reggimento combatterono valorosamente.
Dopo il 21 - non compar pi il nemico - ed avendo spinto il colonnello Missori, colle sue guide - in avanti di Condino in esplorazione - seppi esser disoccupata tutta la valle sino ai forti di Lardaro - Lo accennare, ed operare, verso la nostra sinistra - per la valle Giudicaria - come si fece - avea per oggetto la congiunzione della collonna Cadolini - che lasciando val Camonica, si dirigeva verso noi, per le valli di Fumo, e di Daone -
Contemporaneamente ai combattimenti di Bezzeca e Condino - ne avveniva uno alla nostra sinistra - nei monti - ove il maggiore Erba - con distaccamento - credo del primo reggimento - si era sostenuto contro una forza superiore di nemici - Ciocch prova - esser molto numerosi gli Austriaci che ci stavano di fronte.
Sgombra di nemici, la valle Giudicaria - la giunzione con Cadolini fu facile - e riconosciuti i forti di Lardaro - io decisi un movimento per la destra su Riva ed Arco - e incaricato di quell'ala, e di tale operazione - Ma l'ordine del 25 Agosto, di sospendere le ostilit, ci colp al principiare di quella mossa - La campagna del 66 -  cos impronta di eventi sciagurati - che non si dire: se si debba imprecare alla fatalit - o alla malevolenza di chi la dirigeva - Il fatto sta: che dopo d'aver faticato tanto, e sparso tanto sangue prezioso, per giungere a dominare le valli del Tirolo - al momento di raccogliere il frutto delle nostre fatiche - noi fummo arrestati, nella marcia nostra vittoriosa - Non si terr tale asserzione per esagerata - quando si sappia: che il 25 Agosto - giorno in cui ci fu imposta la sospensione d'armi - non si trovavan pi nemici sino a Trento - che Riva si abbandonava, gettando i cannoni della fortezza nel lago - che per due giorni, non si pot trovare il generale nemico - a cui si doveva partecipare la sospensione - che il 9 reggimento nostro, gi scendeva dai monti, alle spalle dei forti di Lardaro, senza nessun ostacolo - naturalmente - giacch tutta la guarnigione di quei forti, consisteva in meno di una compagnia - Infine, che il generale Khun comandante supremo delle forze Austriache nel Tirolo - in un'ordine del giorno, anunciava: che non potendo difendere il Tirolo Italiano si ripiegava alla difesa del Tirolo Tedesco.
In quel giorno il generale Medici, dopo i suoi brillanti fatti d'armi nella val Sugana - trovavasi a pochi chilometri da Trento - Il generale Cosenz lo seguiva colla sua divisione - e certo in due giorni - noi potevamo effetuare la nostra giunzione sulla capitale del Tirolo con 50 milla uomini - Insuperbiti dai nostri vantaggi - ed ingrossati dalle numerose bande, che gi si formavano nel Cadore, Friuli ecc. - cosa non avressimo potuto tentare! Invece, io sono qui ad insudiciar carta perch i venturi sappino delle nostre miserie. Un'ordine del comando supremo dell'esercito - intimava la ritirata, e lo sgombro del Tirolo - Io rispondevo: "Ubbidisco" parola che serv poi alle solite querimonie della Mazzineria - che come sempre: voleva ch'io proclamassi la Repubblica - marciando su Viena, o su Firenze.
In tutta la campagna del 66 - io fui molto secondato dai miei ufficiali superiori - non potendo io stesso, dovutamente assistere, ai movimenti ed operazioni di guerra - per essere obligato in carozza - Chiassi, Lombardi,  Castellini, e i tanti prodi caduti in quella campagna - riscattarono, col loro nobile sangue, i nostri fratelli schiavi - che l'Italia, certamente non abbandoner pi allo straniero fosse egli il diavolo! -
Anche in questa - alcune buone carabine - ci giunsero a guerra finita - e fermo il dire!
Dal Tirolo ci ritirammo a Brescia - ov'ebbe luogo il scioglimento dei volontari - e quindi il mio ritiro a Caprera.
P. S. Qui pure io devo ricordare alla gratitudine de' miei concittadini il collonnello Chambers - Inglese, che mi serv d'ajutante di campo nella campagna del 66.
Egli al combattimento di Bezzeca, fu a mio fianco durante tutto il conflitto, con un contegno intrepido - e sarebbe stato veramente pi valevole se conoscitore della lingua Italiana - considerando: esser tutti i miei ajutanti occupati in diverse missioni.
Anche la sua signora, rese segnalati servigi ai nostri feriti, con cure personali - e colle sue generose oblazioni, in tutte le epoche -
Una febbre intermittente terribile mi priv per qualche tempo della cara compagnia del collonnello Chambers.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Agro Romano.
...
.
...
La breve campagna del 67 nell'agro Romano - fu da me preparata, in una escursione sul continente Italiano ed in Svizzera - ove assistetti al congresso della lega della pace e della libert - Io ne assumo quindi la maggior parte della responsabilit.
Generale della Republica Romana - investito di poteri straordinari, da quel governo, il pi leggittimo, che mai abbia esistito in Italia - vivendo in un'ozio ch'io ho creduto sempre colpevole, quando tanto resta ancora da fare per il nostro paese - io mi figuravo con ragione: esser giunto il tempo di dare il crollo alla barracca pontificia - ed acquistar all'Italia l'illustre sua capitale.
Aspettare l'iniziativa da "chi tocca" era una speranza come quella scritta sulle porte dell'inferno. I soldati di Buonaparte non eran pi a Roma - e poche migliaia di mercenari - scoria di tutte le cloache Europee - dovevano tener a bada una grande nazione - ed impedirla di far uso de' suoi diritti i pi sacri -
Io mi accinsi alla crociata - Pria nel Veneto - e poi nelle altre provincie nostre, che avvicinano Roma - I due governi di Parigi e di Firenze - coi loro segugi, mi tenevano dietro - com'era naturale - Molti furono i buoni che mi coadjuvarono nell'impresa - e non pochi coloro che la contrariarono massime la Mazzineria, che si dice indebitamente partito d'azione - e che non tolera iniziativa emancipatrice a chicchessia -
Infine dopo d'aver girovagato per l'Italia - ed al mio ritorno della Svizzera - credendo non dover pi indugiare - mi decisi all'azione - verso settembre -
Nello stesso tempo che si preparava il moto al settentrione - chiedevasi il concorso degli amici dell'Italia meridionale - per operare simultaneamente su Roma.
Io avea per fatto il conto senza l'oste - ed una bella notte - giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato - venni arrestato per ordine del governo Italiano, e condotto nella cittadella d'Alessandria.
Da Alessandria - ove mi lasciarono alcuni giorni - fui condotto a Genova, e da questa a Caprera - attorniando l'isola con bastimenti da guerra - Eccomi prigioniero nella mia dimora - guardato a vista e ben da vicino - da fregate corazzate minori piroscafi - ed alcuni legni mercantili, che il governo avea noleggiati a tale proposito - La spinta data al movimento sul continente, e ch'io stesso non avevo potuto iniziare per i motivi suddetti - non avea mancato di aver effetto tra i nostri amici, che non si scoraggirono per la mia detenzione.
Il generale Fabrizi mio capo di Stato maggiore con altri generosi - formarono un comitato di provvedimento a Firenze - Il generale Acerbi entr con una collonna di volontari nel Viterbese; Menotti con altra, entr per Corese, anche sul territorio Pontificio - e l'eroico Enrico Cairoli, con suo fratello Giovanni, ed una settantina di coraggiosi, gettandosi in barca nel Tevere - portavan armi ai Romani che ne mancavano -
Dentro Roma pure il prode maggiore Cucchi, con un  pugno di valorosi - entrato con molto rischio della vita - organizzavano la rivoluzione interna - che combinata cogli assalitori di fuori doveva finalmente rovesciare quel mostruoso potere del papato - che come un canchero posa nel cuore dell'infelice nostro paese. Io non ero esattamente informato d'ogni cosa nella mia prigionia di Caprera - ma, da quanto avevo lasciato ne supponevo lo svolgimento - e poi, dai giornali, e dalla voce publica - qualche cosa si udiva - e di certo: che i miei figli ed i miei amici, erano sulla terra Romana alle mani coi mercenari pretini.
Lascio pensare: s'io potevo rimanermi ozioso - mentre quei miei cari, per istigazione mia, trovavansi pugnando per la liberazione di Roma - il bello ideale di tutta la mia vita! - Grande era la vigilanza di coloro, che avean per missione di guardarmi - e molti i bastimenti e mezzi, di cui potevan disporre - ma maggiore era il mio desiderio di compiere il mio dovere, ragiungendo i coraggiosi che pugnavano per la libert Italiana -
Il 14 Ottobre 1867 - alle 6 p.m. io abbandonavo casa mia, dirigendomi verso il mare a settentrione - Giunsi alla spiaggia - e vi trovai il beccaccino - piccolo legno comprato nell'Arno - e capace di trasportare due sole persone -
Il beccaccino, trovavasi casualmente - a pochi metri della spiaggia - e dalla parte di levante d'un piccolo magazzino che serve a metter le imbarcazioni al coperto - Nella stessa parte trovavasi una pianta di lentisco che copriva quasi intieramente il minuto schifo - dimodocch i miei regi guardiani non avean potuto scoprirlo.
Giovanni, un giovane Sardo, custode della Goletta - dono generoso de' miei amici Inglesi - che si trovava nel porto dello stagnatello - Giovanni dico: stava nella spiagia aspettandomi - Col suo ajuto, posi il beccaccino in acqua, e m'imbarcai - Egli part col palischermo della goletta cantarellando - Io costeggiai a sinistra la spiaggia della Caprera - facendo meno romore d'un'anitra - ed usc in mare per la punta dell'Arcaccio - ove Frosciante altro mio fido - e Barberini ingegnere di Caprera avevano esplorato il terreno per timore di alcuna imboscata -
I miei custodi erano molti - Essi occupavano le isolette del porto dello Stagnatello - ove tenevano una barcaccia da guerra, con altre minori, pattugliando in ogni direzione, tutta la notte - meno nella direzione da me scelta, per uscire dalle loro unghie -
Era plenilunio, circostanza, che rendeva pi difficile assai la mia impresa - e secondo i miei calcoli: la luna dovea uscire dal Teggialone (montagna che domina la Caprera) - un'ora circa, dopo il tramontar del sole - Io dovevo quindi profitare di quell'ora per il mio passaggio alla Maddalena - non prima ne pi tardi: prima mi avrebbe tradito il sole - e pi tardi la luna - Una circostanza imprevista che mi favor molto fu la seguente: Maurizio, assistente mio, era andato alla Maddalena in quel giorno - e verso quell'ora tornava in Caprera - Un po allegro forse, non bad al "chi viva" delle barche da guerra che incrociavano numerose nel canale della Moneta che separa la Maddalena dalla Caprera - e coteste barche lo fulminarono di fucilate, che felicemente non lo colpirono - Per combinazione ci succedeva, mentre io stava operando la mia traversata, favorito pure dal vento di scirocco, le di cui piccole ondate servivano mirabilmente a nascondere il beccaccino, che apena usciva d'un palmo dalla superficie del mare -
La mia pratica - acquistata nei fiumi dell'America, nelle canoe Indiane, che si governano con un remo solo - mi valse sommamente - Io avevo un remo, o pala di circa un metro, con cui potevo remare, con tanto romore quanto ne fanno gli acquatici -
Dunque, mentre la maggiore parte de' miei custodi si precipitavano su Maurizio - io tranquillamente, traversavo lo stretto della Moneta, ed approdavo nell'Isolella, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale guadabile -
Giunsi a Greco dell'Isolella, e vi approdai fra i numerosi scogli che la circondano - quando il disco della luna, spuntava dal Teggiolone - tirai il beccaccino in terra, e lo nascosi nella macchia - poi, mi diressi ad ostro, per passare il canale guadabile, e dirigermi verso la casa della Signora Collins.
Nel canale suddetto, mi avevano aspettatto il Maggiore Basso, ed il capitano Cuneo amico mio - che avean supposto il mio passaggio in quella parte - ma il cataclisma Mauriziano - e la quantit di fucilate che credettero sparate contro di me - li persuase esser affare finito - ed io morto o almeno prigioniero - Presero quindi la decisione di ritirarsi alla Maddalena.
Indebolito dagli anni e dai malanni - l'agilit mia era poca - tra gli scogli e cespugli dell'isola della Maddalena - Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei temuto sul mare - ma che benedivo in quel mio difficile transito - tanto pi difficile: che avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi, per essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d'acqua - e quindi il canticchiare dei miei piedi nel bagno - cosa ben dispiacevole camminando - In tale stato, giunsi con tutte le precauzioni possibili in casa della Signora Collins - e vi fui accolto generosamente.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Sardegna. Traversato sul mare. Continente.
...
.
...
In casa della Signora Collins - ove ricevetti la pi gentile, ed amichevole ospitalit - io rimasi sino alle 7 p.m. del 15 Ottobre 1867 
A quell'ora giunse in casa della Signora suddetta il mio amico Pietro Susini col suo cavallo - Montai - e con quella guida praticissima - attraversai l'isola della Maddalena, e giunsi a calla Francese, a ponente dell'isola - ove m'aspettavano Basso ed il capitano Cuneo - con uno schifo ed un marinaro -
M'imbarcai, ed attraversammo in sei lo stretto che divide la Maddalena dalla Sardegna - Giunti sul territorio della Sardegna, e rimandata la barca alla Maddalena - vi passammo il resto della notte in una Conca,  vicino allo stazzo di Domenico N. e verso le 6 p. m. del 16 - dopo d'aver riuniti tre cavalli - c'incamminammo - met a piedi in principio, e tutti a cavallo poi - traversammo i monti della Gallura, il golfo ed il paese di Terranova - ed all'albeggiare del 17, ci trovammo sulle alture che dominano il porto di S. Paolo.
...
.
...
Non trovando in Porto di S. Paolo, il legno - che Canzio e Vigiani vi dovevano tenere - passammo la mattinata nello stazzo di Nicola - ed il capitano Cuneo, ad onta della stanchezza di quindici ore di cavallo, si spinse verso ostro a porto Prandinga - ove ci aspettavano i nostri amici - col giunti felicemente dopo molte peripezie - colla paranzella S. Francesco.
Prima di lasciare la Sardegna, io devo una parola di lode e di gratitudine, ai buoni amici che mi facilitarono la liberazione -
I capitani Giuseppe Cuneo e Pietro Suzini si adoperarono a mio favore d'un modo veramente lodevolissimo - Buoni, coraggiosi e molto pratici, essi ci servirono di guida, di consiglio - ed affrontando con noi, i disagi, le fatiche, ed il rischio - non ci vollero lasciare, senonch dopo d'averci accompagnati sul S. Francesco.
Domenico N. del primo stazzo - tolse il solo materazzo che aveva dal letto ove giaceva la moglie inferma - e lo port nella Conca per accomodarvi il mio letto - con alcuni cussini - Tale  l'ospitalit Sarda - Egli fu operosissimo nel procurarci tutti i cavalli necessari - senza i quali, sarebbe stato quasi impossibile il nostro viaggio attraverso i monti della Gallura - Nicola dello stazzo di porto S. Paolo - subito che m'ebbe conosciuto, ad onta del mio travestimento, e della barba e capelli tinti - mi accolse con quella franchezza, e benevolenza - che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore Sardo - Io sono innamorato del popolo Sardo in generale - ad onta di difetti che le si attribuiscono e sono certo - che con un buon governo - che volesse veramente occuparsi della prosperit, e progresso di cotesto buona, ma poverissima popolazione - si potrebbe fare di essa, una delle prime - ricca com' d'intelligenza e di coraggio.
Grande ed ubertosissima terra - un vero Eden, si farebbe della Sardegna - oggi un deserto - ove la miseria, lo squallore, la mal'aria sono impronte sulle caratteristiche fisionomie degli abitatori - Il governo che per disgrazia di tutti, regge la penisola, appena sa se esiste una Sardegna - occupato com' a preparare una schifosa reazione, e ad impiegare i tesori dell'Italia - a comprare spie, poliziotti, preti, e simile canaglia - demoralizzando e rovinando l'esercito, per compiere le voglie libidinose del Buonaparte - di cui non  che una miserabile prefettura (1867) -
Il 17 Ottobre 1867, alle 2 p. m. circa, io abbracciavo affetuosamente, i cari Canzio e Vigiani, a bordo della paranza S. Francesco - Essi aveano compiuto una difficilissima missione - affrontando disagi e perigli per liberarmi.
Alle 3 p. m. dello stesso giorno, si salpava, e con vento da Scirocco, mediocre - dopo una bordata, la paranza navigava fuori di Tavolara, con prora a Tramontana quarta a Greco.
Il 18 verso i meriggio, avvistammo Monte Cristo, e nella notte stessa entrammo nello stretto di Piombino -
Il 19 albeggi minaccioso, con vento forte da Ostro e Libeccio con pioggia - Tale circostanze favorirono il nostro approdo a Vado - tra il canale di Piombino e Livorno.
Il resto del giorno 19, si pass in Vado, aspettando la notte per sbarcare - Verso le 7 p. m. sbarcammo sulla spiaggia algosa ad Ostro di Vado - in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io.
Vagammo per un pezzo a trovar la strada - essendo quella spiaggia assai paludosa - ma ajutato nei passi pi difficili dai miei compagni - potei giungere con loro, nel villagio di Vado - ove per fortuna Canzio e Vigiani trovarono subito due biroccini, e via per Livorno - A Livorno si giunse in casa Sgarellino - ove trovammo le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza - Ivi, venne Lemmi, che da vari giorni ci aspettava con una carozza, per condurci a Firenze - Montammo, e si giunse nella capitale verso la mattina - accolti con gentile ospitalit in casa della famiglia Lemmi -
Il 20 - in Firenze, fui accolto dagli amici, e dalla popolazione, a cui non si pot nascondere il mio arrivo - Accolto con dimostrazioni di gioia - eppure trattavasi di acquistar Roma capitale d'Italia - e togliere il primato alla metropoli madre di Galileo, e di Michelangelo - Ed il generoso popolo di Firenze, giubilava - Grande e vera manifestazione di patriotismo - di cui l'Italia - come a Torino, in pari circostanza - deve tener conto -
Ragiungere i miei fratelli d'armi - ed i miei figli, che si trovavano al campo in presenza dei nemici - era il mio gran desiderio e quindi fu breve la mia permanenza nella capitale - Passai a Firenze il resto del giorno 20 e tutto il 21 Ottobre - Il 22 con un convoglio speciale, mi avviai verso la frontiera Romana sino a Terni, e di l in carozza per il campo di Menotti - che raggiunsi il 23, al passo di Corese -
Essendo la posizione di Corese, poco idonea ad una difesa, per truppe in pessima condizione - com'erano i nostri poveri volontari - marciammo per monte Maggiore - e da questa posizione, nella notte dal 23 al 24 - ci dirigemmo in diverse collonne su Monterotondo - ove si sapeva trovarsi circa 400 nemici con due pezzi d'artiglieria -
La collonna comandata dai maggiori Caldesi, e Valsania, doveva principiare il suo movimento alle 8 p.m. del 23 - giungere a Monterotondo verso mezzanote - e procurare d'introdursi nella citt con un'assalto dalla parte di ponente, che si credeva, ed era veramente la parte pi debole - ove le mura di cinta rovinate, erano state supplite da case, con porte esterne, e quindi di non difficile accesso -
Questa collonna di destra, composta per la maggiore parte di coraggiosi Romagnoli - per gli inconvenienti inseparabili ad un corpo, non organizzato - mancante di tutto - stanco - e senza poter trovare guide pratiche del paese - arriv di giorno sotto la cinta di Monterotondo - e fu per conseguenza fallitto l'attacco di notte -  incredibile lo stato di cretinismo, e di timore in cui il prete, ha ridotto cotesti discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione! Io gi lo avevo provato nella mia ritirata da Roma nel 49 - ove con oro alla mano - non mi era possibile di trovare una guida - E cos successe nel 67 -
Quando si pensa: in una citt Italiana come Monterotondo - colle porte di casa - a ponente - che mettevan fuori della cinta - non trovarsi un solo individuo - capace di darci relazione, su ci che esisteva dentro - Mentre noi erimo Italiani per Dio! pugnando per la liberazione patria - mentre dentro - v'era la pi vile ciurmaglia di mercenari stranieri, al servizio dell'impostura - "Libera chiesa in libero Stato" ha detto un grande ma volpone statista: S! ebben lasciatela libera cotesta nera gramigna - ed avrete i risultati ch'ebbero la Francia e la Spagna - oggi, per i preti cadute all'ultimo gradino delle nazioni -
La collonna di sinistra comandata da Frigezy, giunse fuori di Monterotondo a Levante, occup il convento dei Capuccini verso le 10 a.m. colle posizioni adjacenti - e spinse alla sua sinistra alcune compagnie, per darsi la mano coi corpi nostri di destra - ciocch fu impossibile per tutto il giorno 24 - essendo tremendo il fuoco nemico da quella parte - La collonna del centro - guidata da Menotti - con cui mi trovavo - avendo marciato da Monte Maggiore, direttamente all'obbiettivo, fu pure arrestato da' passi disagevoli della strada Moletta - e nonostante giunse la prima all'albeggiare, sotto le posizioni che contornano Monterotondo da Tramontana -
Io ordinai a questa collonna, comandata da Menotti - e composta per la maggiore parte dai prodi bersaglieri Genovesi di Mosto e Burlando - di occupare le forti posizioni settentrionali, gi accennate - ma di non assaltare - pensando poter combinare l'attacco colle altre collonne che dovevano giungere a poca distanza di tempo - Ma lo slancio dei volontari non pot trattenersi - ed invece di limitarsi ad occupare le posizioni suddette - essi si lanciarono all'assalto di porta S. Rocco - affrontando un fuoco micidialissimo - che da tutte le finestre del paese - in quella parte - li fulminava -
Essendomi allontanato dalla collonna del centro sulla sinistra, per potere scoprire la collonna di Frigezy, che doveva giungere da quella parte - io mi accorsi con pena e stupore dell'impegno in cui s'eran avventati i bersaglieri Genovesi per troppo coraggio - Quell'attacco prematuro ci cost una quantit di morti e feriti - valse per a stabilire nelle case adjacenti a porta S. Rocco, alcune centinaia di volontari - che pi tardi, sostenuti e coadjuvati da compagnie fresche d'altri corpi - poterono incendiare la porta suddetta - ciocch ci valse l'entrata e presa del paese -
Tutto il 24 Ottobre, fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la citt di Monterotondo, e la guarnigione composta di zuavi papalini, per la maggiore parte, armati d'eccellenti carabine, e due pezzi d'artiglieria - ci fulminava - senza che si potesse rispondere dovutamente, coi soliti nostri catenacci - e per trovarsi i nemici al riparo, da non poterne scoprire uno solo.
Monterotondo  dominato dal palazzo dei principi di Piombino - di cui un giovane di quella famiglia militava con noi - Cotesto palazzo, o piutosto castello  spaziosissimo e fortissimo - Il nemico ne avea fatto una fortezza, con delle feritoie tutto attorno ed un parapetto sulla piattaforma orientale ove teneva i due pezzi - uno da 12 e l'altro da 9 - Tra i caduti all'attacco di porta S. Rocco - contavano i prodi maggiore Mosto, gravemente ferito, il capitano Uziel mortalmente - il mio caro e buon Vigiani che tanto avea contribuito alla mia liberazione da Caprera - a cui dovevo tante gentilezze - morto! e tanti altri valorosi!
...
.
...
Io ricorder nella pagina seguente i nomi di coloro che cadettero valorosamente per la liberazione di Roma nel 67 - e non rammentandoli tutti, certamente, incarico il mio stato maggiore di compiere a quel sacro dovere:
MORTI
* Achille Cantoni - maggiore
* Vigo Pelizzari - idem
* Martino Franchi - idem
* Martinelli - idem
* Testori Luigi - idem
* Defranchis - idem
* De Benedetti
* Uziel - capitano
* Vigiani Antonio - 1 tenente
* Latini Ercole
* Achille Borghi
* Annighini Antonio
* Lombardi Pio
* Permi Giuseppe
* Conte Bolis di Lugo
* Andreuzzi Silvio - T.te
* Ettore Morasini
* Bovi figlio del maggiore
* Bortulacci Gironimo
* Lenari Sante, Giordano Ettore, Scholey Giovanni di Londra - Trovati feriti alla stazione di Monterotondo, dai zuavi del papa - e massacrati
FERITI
* Bezzi Egisto - maggiore
* Mosto Antonio - idem
* Stallo Luigi - idem
* Gavitani Vincenzo
* Galliani Giacomo
* Manara Domenico
* Sgarbi Antonio
* Mayer di Livorno
* Sgarellino Pasquale
* Capuani Paolo
* Galliani Giacomo
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Assalto di Monterotondo.
...
.
...
Cotesto assalto prova abbastanza: a qual punto trovavasi il morale della gente ch'io comandava - pria della propaganda Mazziniana che invitava i volontari a tornare a casa per proclamare la Republica -
Passammo il giorno 24 Ottobre - come abbiamo detto - a cingere Monterotondo - preparare fascine e zolfo per  incendiare la porta di S. Rocco - e prendere tutte quelle disposizioni d'assalto, che si poterono -
Le tre collonne comandate da Salomone, Caldesi, Valsania e Menotti - meno alcune osservazioni verso la via Romana, da dove potevano giungere soccorsi ai nemici - s'erano massate per l'assalto decisivo di porta S. Rocco -
Frigezy doveva attaccare simultaneamente la citt, da levante - e possibilmente incendiarvi pure la porta del castello -
L'attacco era deciso per le 4 a.m. del 25 - I nostri poveri volontari, nudi, affamati, e bagnate le poche vesta si erano sdrajati sull'orlo delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti aveano colme di fango - e rese quasi impraticabili - Pure spossati dalla stanchezza anche nel fango si sdrajavano quei bravi giovani! Io confesso: ero quasi disperato di poter far rialzare quei soffrenti per l'ora dell'assalto - e volli dividere la loro miserabile situazione sino verso le 3 a.m. seduto tra loro -
A quell'ora, gli amici che mi attorniavano, mi chiesero: ch'io entrassi un momento nel convento di S. Maria, distante pochi passi, per sedermi all'asciuto - e mi condussero, unico sedile, in un confessionale - ove stetti pochi minuti.
Non appena seduto, ed apogiate le spalle addolorate dal star molto tempo in piedi - quando un rumore come di tempesta - un grido solenne d'una moltitudine dei nostri, che si precipitavano nell'uscio della porta ardente mi fece risaltare, e correre con quanta celerit potevo verso la scena d'azione - gridando anch'io: "Avanti!" -
Incendiata intieramente la porta, colpita da due piccoli nostri cannoncini, che sembravan due canocchiali - e non presentando pi, che un mucchio di rovine ardenti - di cui si aspettava l'estinzione - i nemici ritentavano di barricadarla nuovamente - e perci cominciavano ad avvicinarvi, carri, tavole, ed altri oggetti d'ostruzione - Ci per non garbava ai nostri, cui tanta fatica e pericolo avea costato lo incendiarlo - Il primo oggetto che si present alla porta spintovi dai zuavi, fu un carro - ma non ebbero tempo di metterlo a posto - Una scintilla elettrica, eroica, si sparse come il fulmine nelle fila dei patriotti - e furibondi, si precipitarono nell'uscio ardente come energumeni -
Altro che stanchi, spossati, e affamati! - Non avevo forse gi visto operar dei miracoli a cotesta giovent Italiana! Diffidarne era un delitto - roba da vecchio decrepito!
Non valsero ad arrestarli, il carro attraversatto - i rottami ardenti, ammonticchiati sulla soglia - una grandine di fucilate, che pioveva da tutte le direzioni - Essi mi facevano l'effetto d'un torrente, che rotti gli argini ed i ripari - si precipita nella campagna -
In pochi minuti la citt fu inondata dai nostri, e tutta la guarnigione rinchiusa nel castello - Alle 6 p.m. si cominci l'attacco del castello, essendo i nostri, gi padroni di tutti gli sbocchi di strade, che conducevano a quello - ed avendoli barricati tutti si mise il fuoco alle scuderie, con fascine, paglie, carri, e quanti oggetti combustibili vi si trovavano -
Alle 10 a.m. si respinsero con poche fucilate circa due milla uomini - che da Roma, avanzavano al soccorso degli assediati -
Alle 11, la guarnigione affumicata, e temente di saltare in aria, col fuoco alle polveri, che tenevan di sotto - alz bandiera bianca, e si arrese a discrezione -
Il prode maggiore Testori, poco prima della resa dei nemici, aveva preso la determinazione di mettersi allo scoperto, alzando una bandiera bianca, per intimar loro di arrendersi - ma quei mercenari, violando ogni diritto di guerra, lo fucilarono con vari colpi, e lo lasciaron cadavere - Ebbi un'immensa fatica, dopo tanti e siffatti atti di barberie di cotesti sgherri dell'inquisizione - per salvar loro la vita - essendo i nostri irritatissimi contro di loro.
Io stesso fui obligato di condurli fuori di Monterotondo, e farli scortare al passo di Correse - da quaranta uomini, agli ordini del maggiore Marrani -
Successe in Monterotondo, ciocch succede in una citt presa d'assalto - e che poca simpatia s'era meritata, per il mutismo e l'indifferenza, quasi avversione - manifestata verso di noi - E devo confessare: che disordini non ne mancarono - E tali disordini impedirono pure, di poter organizzare dovutamente la milizia nostra - quindi, poco si pot fare in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo -
Colla speranza, di meglio poter organizzare la gente fuori, tenendola in moto - toglierla ai disordini della citt - ed avvicinarci a Roma - uscimmo da Monterotondo il 28 ottobre, ed occupammo le colline di S. Colomba - Frigezy, facendo la vanguardia occup Marcigliana - e spinse i suoi avamposti sino a Castel Giubileo, e Villa Spada -
Nella sera del 29, trovandomi a Castel Giubileo, mi giunse un messo da Roma, che avea parenti nella collonna e quindi conosciuto - egli mi assicur esser i Romani decisi a fare un tentativo, d'insurrezione nella notte stessa - Ci m'imbarazz alquanto - non avendo tutta la gente a mano - Nonostante mi decisi io stesso, di spingermi coi due battaglioni dei bersaglieri Genovesi - sino al casino dei Pazzi, a due tiri di fucile dal ponte Nomentana - nell'alba del 30 -
Una guida nostra, con un'ufficiale, che giunsero primi nel casino stesso, v'incontrarono un picchetto nemico, e vennero con quello a colpi di revolver - La guida fu ferita leggiermente nel petto - e siccome era maggiore il numero di nemici - i nostri si ritirarono, avvisandomi con altri tiri della presenza dei papalini - Ma fecero tutto ci con sangue freddo e da valorosi -
Retrocedemmo da quel punto, all'incontro dei due battaglioni in marcia - e subito ch'essi arrivarono, si occup il casino dei Pazzi, le case della Cecchina - ch' uno stabilimento pastorizio, ad un lungo tiro di carabina a tramontana dal primo - e la strada, fiancheggiata da un muro a secco, che va dal casino alle case - Rimanemmo tutto il giorno 30, in cotesta posizione aspettando di udire qualche movimento in Roma - o qualche avviso dagli amici di dentro - ma inutilmente -
Verso le 10 a.m. uscirono due collonne nemiche in ricognizione - una dal ponte Nomentano - l'altra alquanto dopo, dal ponte Mammolo - I soldati del papa, sulla destra nostra, avanzando in tiratori, a portata di carabina - ci fecero fuoco tutto il giorno - ma i nostri, ubbedendo agli ordini, non rispondevano - giacch sarebbe stato inutile, coi nostri fucili pessimi - sprovvisti com'erano i Genovesi delle loro buone carabine - Solamente, quando baldanzosi, o irritati dal nostro silenzio, i zuavi si avanzarono pi vicini - i nostri imboscati al casino dei Pazzi - ne uccisero quattro - e ne ferirono alquanti -
La nostra posizione, a pochi passi da Roma - ove s'era concentrato tutto l'esercito papale - era arrischiata - e quando io vidi uscirne le due collonne, di cui non si poteva precisare il numero chiesi a Menotti, che si trovava indietro: che ci facesse sostenere da alcuni battaglioni, ch'egli stesso port immediatamente -
Persuaso che nulla si faceva in Roma - e meno si sarebbe fatto, coll'arrivo dei Francesi gi anunciato, e realizzato in quei giorni - io disposi la ritirata su Monterotondo - lasciando molti fuochi accesi, in tutte le posizioni da noi occupate - per ingannare il nemico -
Qui, la Mazzineria profit della circostanza per fare il broncio - e seminare il malcontento tra i volontari - "Se non si va a Roma, dicevano essi: - meglio tornare a casa - ".
E veramente: a casa, si mangia bene, si beve meglio, si dorme caldi - e poi, anche... la pelle  pi sicura.
Le posizioni da noi occupate: Castel de' Pazzi - Cecchina, Castel Giubileo, ecc. - eran troppo vicini a Roma, e non difendibili contro forze superiori - convenivano quindi, altre posizioni pi forti, e pi lontane - Monterotondo ci offriva tali condizioni, e pi facilit per vivere -
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Mentana. 3 novembre 1867.
...
.
...
Il 31 ottobre era tutta la forza dei volontari rientrata in Monterotondo - e vi rimase sino al 3 novembre -
Tutto quel tempo fu impiegato a vestire alcuni militi, i pi bisognosi, calzarli, armarli organizzarli come si poteva -
Si fecero occupare da tre battaglioni, le forti posizioni di S. Angelo, Monticelli, e Palombara - comandati dal colonnello Paggi - Tivoli fu occupato dal collonnello Pianciani, con un battaglione - Il generale Acerbi, occupava Viterbo con un migliaio d'uomini - il generale Nicotera occupava Vellettri con un altro migliaio -
Ed il maggiore Andreuzzi operava sulla sponda destra del Tevere con dugento uomini -
Prima del 31 Ottobre, molti volontari accorrevano ad ingrossare le collonne comandate da Menotti dimodocch esse ascendevano gi al numero di circa 6000 uomini -
La situazione dei corpi volontari, quindi, se non era brillante, non era deplorabile - se avessimo coll'ajuto del paese, potuto complettare l'armamento, il vestiario, e quanto abbisognavano i nostri poveri militi -
L'esercito papalino era demoralizzato, ne avevimo battutto una parte a Monterotondo, ed il resto s'era concentrato in Roma - ove sfidato da noi non aveva osato di uscirne -
Il popolo Romano, oppresso, massacrato ne' suoi tentativi insurrezionali - gridava vendetta - e si preparava con nuovo animo - capitanato da Cucchi ed altri prodi - a cooperare co' suoi liberatori di fuori, a farla finita con preti e mercenari -
Tutto prometteva infine, la caduta del prete nemico del genere umano -
Ma il genio del male vegliava ancora sulla conservazione del principale suo sostegno: il pontefice della menzogna! Dalle sponde della Senna - ov'egli impera, per la disgrazia della Francia e del Mondo - esso minacciava sull'Arno, accusava di codardia i conigli - e suscitava il coraggio della paura, e della malafede - Alla voce del padrone gli uomini che s indegnamente governano l'Italia - coprendosi il volto, colla solita maschera del patriotismo - ingannavano la nazione, invadendo il territorio Romano - e dicevano: "Eccocci! noi abbiamo tenuto parola - Alle prime fucilate di Roma, noi corriamo all'ajuto dei fratelli!" -
Menzogna! Menzogna! Voi correste: ma per l'eccidio dei fratelli, in caso essi fossero stati fregiati dalla vittoria finale - E correste, quando eravate sicuri: che i patrioti di Roma, erano schiacciati! Morti! -
Menzogna! Menzogna! Voi, ed il magnanimo alleato, occupaste Roma ed il suo territorio, per lasciare l'esercito dei mercenari del Papa, libero, intiero, risollevato dalle sue sconfitte - pesare con tutte le sue forze - la superiorit delle sue armi, e dei suoi mezzi - sopra un pugno di volontari, malissimamente armati - e privi d'ogni cosa pi necessaria - coll'oggetto di vederli soccombere -
E se l'esercito papalino - non era suffiente - come non lo fu - l, stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte - e, mi fa orrore il pensarlo - anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! -
Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perch non si doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) -
Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli d'Italia, e di mercenari stranieri - come lo  furono le pianure di Capua, sette anni prima - E la causa per cui pugnavano i militi che avevo l'onore di comandare - era sacra nell'Italia meridionale - quanto quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del mondo! -
Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di Mentana -
Gi dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente - dacch cominci la nostra ritirata dal casino dei Pazzi - e il motivo della loro propaganda era falso - senza ragione alcuna -
Per chi ha senno,  ben facile concepire: non esser tennibile la posizione nostra sotto le mura di Roma - all'arrivo dei Francesi - e per la composizione delle forze che comandavo - In uno stato d'ogni bisogno - senza artiglieria, ne cavalleria - Infine incapaci di poter far fronte a una seria sortita - anche dei soli papalini - e senza mezzi - se pure non ci avessero attaccati - di sussistervi due giorni -
Padroni invece di Monterotondo - che trovasi anche alla vista di Roma - eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi - con posizioni dominanti - e ad una distanza da potere pressentire il nemico - quando ci fosse venuto sopra -
Tuttoci, per dalla parte dei Mazziniani erano pretesti - e non bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo - la potenza del pretismo, ed il sostegno del Bonaparte - No! anche loro, come sempre, dovevano giungere a dare il calcio dell'asino - a chi non aveva altra aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. "Noi faremo meglio" mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono uomini della Monarchia - a Lugano nel 1848 - E vedete che data da molto tempo la guerra a me fatta, a punta di spillo dai Mazziniani -
"Andiamo a casa a proclamar la Republica - e far le barricate" dicevano ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 - E veramente, era molto pi comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano - di tornarsene a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per coprirsi - mancanti di molte cose necessarie - con, contro di noi l'esercito nostro - ed i papalini e Francesi che bisognava combattere. Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a Mentana - e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei milla  uomini - vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente - di una met della gente - lascio pensare dico: a che punto di moralit, e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti volontari -
Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana - e potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti - Ma  alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli - come non devo accennarli a quella parte eletta della giovent nostra da loro traviata! -
Mazzini era certo migliore dei suoi seguaci - ed in una sua lettera a me diretta, in data dell'11 Febbraio 1870 - relativamente al fatto di Mentana, egli mi scriveva:
"Voi sapete ch'io non credevo nel successo - ed ero convinto, esser meglio concentrare tutti i mezzi, sopra un forte movimento in Roma, che non irrompere nella provincia - ma una volta la impresa iniziata giovai quanto potei".
Io non dubito dell'asserzione di Mazzini - ma il danno era fatto: O egli non fu a tempo di avvisare i suoi fautori - o questi vollero continuare nel danno -
Ricciotti non trov in Inghilterra, i mezzi che si potevano sperare - perch tra cotesti nostri amici, s'era fatta pure circolare la voce seguente: "perch" si diceva: "rovesciare il papato per sostituirvi un governo peggiore".
E nell'Agro Romano - i suoi - come gi dissi: disseminavano lo sconforto tra i miei militi, e cagionarono l'enorme diserzione gi narrata - e senza dubbio, motivo principale del rovescio di Mentana -
Dall'alto della torre del palazzo Piombino, a Monterotondo - ove passavo la maggiore parte della giornata - osservando Roma, gli esercizi dei giovani nostri militi nel piano - ed ogni movimento nella campagna - io la vedevo la processione di gente nostra, che s'incamminava verso passo di Correse - cio: che se ne andavano alle loro case - Ed ai compagni, che me ne avvertivano, io rispondevo: "Oib! cotesti non sono nostri che se ne vanno, saran campagnoli che vanno o vengono dal lavoro" - Ma nell'anima mia sentivo il rancore dell'atto perverso - e tentatavo di nasconderlo - o di menomarlo ai circostanti - solito contegno, nelle circostanze urgenti -
In conseguenza dello stato morale della gente - sopra descritto - e trovandosi per noi - ermeticamente chiusa la frontiera settentrionale dai corpi dell'esercito Italiano - e quindi nell'impossibilit di procacciare il necessario oltre quella frontiera - Noi dovevamo cercare altro campo d'azione ed altra base - per poter vivere, mantenersi, ed aspettare gli eventi, che dovevano finalmente sciogliere la quistione Romana. Per tuttoci, fu deciso di marciar per il fianco sinistro verso Tivoli, onde metter l'Apennino alle spalle - ed avvicinare le provincie meridionali -
La marcia fu decisa per il 3 Novembre mattina ma per motivi d'aspettare e distribuire scarpa - non si pot esser pronti a movere senonch verso il meriggio - di quel giorno -
Noi uscimmo da Monterotondo sulla via di Tivoli. L'ordine di marcia era circa il seguente:
Le collonne agli ordini di Menotti marceranno in buon ordine con una vanguardia di bersaglieri in avanti - da circa mille passi a due milla -
In avanti della vanguardia, marceranno esploratori a piedi, preceduti da guide a cavallo -
Su tutte le strade che vengono da Roma, sulla nostra destra - si spingeranno dei fiancheggiatori a piedi ed a cavallo - pi verso Roma che possibile, sulla stessa destra; e sulle alture che dominano il paese, si collocheranno delle vedette - che ci possono avvisare a tempo, di qualunque movimento nemico -
Una retroguardia si occuper di spingere avanti i restii, e lascier nessuno indietro -
L'artiglieria marcer al centro delle collonne -
I bagagli seguiranno in coda delle collonne rispettive - Con questo - pi o meno - ordine di marcia, c'incamminammo da Monterotondo per Tivoli -
Sventuratamente per - pare: cadessero nelle mani dei nemici - i pochi nostri esploratori a cavallo - e ne avevimo pochissimi - dimodocch i papalini, giungendo per la via Nomentana - quasi sorpresero la vanguardia nostra e l'impegnarono - Passato il villaggio di Mentana, le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico. Retrocedere in tale contingenza, e gi impegnati coi nemici - valeva una fuga - e non v'era altro espediente: che di accettare il combattimento - occupando le forti posizioni che ci stavano a mano - Io mandai dunque a Menotti - che  marciava alla vanguardia - l'ordine di occupare le forti posizioni suddette - e di far testa. Feci successivamente seguire avanti il resto delle collonne, spiegandole destra e sinistra in sostegno delle prime - ed alcune compagnie, rimasero in collonna sulla destra di riserva -
La strada che da Mentana va a Monterotondo - linea d'operazione nostra in quel giorno -  una strada buona, ma incassata e bassa - Fui obligato quindi di cercare sulla nostra destra, una posizione adeguata, per collocarvi i due pezzi nostri presi ai nemici nel giorno 25 Ottobre. Ci si esegu con molta difficolt, per mancanza di gente e cavalli pratici, e per essere il terreno frastagliato di sieppi, vigne - e molto ineguale -
In tanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea - Noi avevamo occupato posizioni che valevano quelle del nemico - anzi migliori - poich egli non pot mostrare la sua artiglieria durante il giorno - e per un pezzo le posizioni nostre si sostennero, ad onta dell'immensa superiorit delle armi dei contrari - siccome del maggior numero di loro - Devo per confessare: I volontari, demoralizzati com'erano, per il gran numero di disertori nostri gi accennato - non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. Distinti ufficiali, ed un pugno di prodi che li seguivano, spargevano il lor sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno - ma la massa non era dei soliti nostri intemerati - Essa cedeva superbe posizioni - senza opporvi quella resistenza, ch'io mi potevo aspettare -
All'1 p.m. circa ebbe principio il combattimento - e verso le 3, di posizione in posizione, il nemico ci avea cacciati mille metri indietro sul villagio di Mentana - Alle 3 i nostri pezzi poterono esser collocati in posizione vantaggiosa sulla nostra destra - e cominciarono a sparare con effetto sul nemico - Una carica alla baionetta da tutta la nostra linea - ed i tiri a bruciapelo dei nostri collocati nelle finestre delle case di Mentana, avevano seminato il terreno di cadaveri papalini - Noi erimo vittoriosi - il nemico fuggiva, si riocuperavano le posizioni perdute - e sino alle 4 p.m. la vittoria sorrideva ai figli della libert Italiana - ed eravamo padroni del campo di battaglia -
Ma lo ripeto: un infausta demoralizzazione serpeggiava nelle nostre fila - Si era vittoriosi - e non si voleva complettar la vittoria, perseguendo un nemico che aveva abbandonato il campo - Voci di collonne Francesi - marcianti su di noi - circolavano fra i volontari - e non v'era tempo di trovarne l'origine - naturalmente proveniente da nemici nostri - neri o diavoli - Si sapeva l'esercito Italiano contro di noi - arrestando i nostri alla frontiera - ed intercettando qualunque roba a noi destinata - siccome ogni comunicazione. Infine, governo Italiano, preti, e Mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre fila - E non  per la tempra d'ogni uomo - resistere allo sconforto - e marciare quantunque, risolutamente al compimento del suo dovere -
Verso le 4 p.m. la voce che una collonna di due milla soldati del Bonaparte - ci attaccava in coda - diede l'ultimo crollo alla costanza dei volontari, ed era falsa - Ciocch era vero per era: il corpo spedizionario de Failly - che giungeva sul campo di battaglia - in sostegno dei soldati del papa sconquassati -
Le posizioni riacquistate con tanto valore - si lasciano nuovamente - ed una folla di fuggenti, si ammassa sullo stradale - Invano la mia voce e quella di molti prodi ufficiali, tenta riordinarli - Invano! Si perde la voce a gridare a rimproverare - Invano! Tutti si avviano verso Monterotondo - lasciando un pezzo abbandonato - che solo il giorno seguente rimase in potere del nemico - ed abbandonando un pugno di valorosi, che dalle case di Mentana, fanno strage dello stesso -
Ognuno  valoroso, quando il nemico si ritira - e naturalmente cos successe ai nostri avversari - quei papalini ch'erano scapati davanti a noi - ora sostenuti dalle collonne Francesi, vengono avanti baldanzosi - Essi ci incalzano nella nostra ritirata, e colle loro armi superiori - ci cagionano molte perdite, tra morti e feriti - I Francesi, da principio, creduti da noi papalini - vengono avanti coi loro tremendi chassepots, grandinando projetti - ma fortunatamente cagionando pi timore, che eccidio - Ah! se i nostri giovani, docili alla mia voce avessero tenuto - e si poteva con poco pericolo - le posizioni riconquistate di Mentana - e limitarsi a difenderle - forse il 3 Novembre andrebbe annoverato tra le giornate gloriose della democrazia Italiana - anche con tante mancanze - e tanta inferiorit di numero come ci trovammo a Mentana.
...
.
...
In molte delle nostre antecedenti pugne - noi eravamo stati perdenti, sino verso la fine della giornata - ed un'aura favorevole ci avea rigettatti sulla via della vittoria - In Mentana padroni, alle 4 p.m. del 3 Novembre, del campo di battaglia - con un'ora pi di costanza cadeva la notte - e fors'essa consigliava ai nostri nemici una ritirata su Roma - essendo poco tenibile la lor posizione al di fuori contro gente che non avrebbero loro lasciato riposo nella notte -
Verso le cinque p.m. - meno i pochi difensori di Mentana collocati nelle case - tutte le nostre collonne erano in ritirata su Monterotondo, ed in disordine - Appena si pot occupare la forte posizione dei Capuccini - con alcune centinaia di militi - Munizioni da cannoni non ce n'erano pi - pochissime le munizioni da fucile - E l'opinione di una ritirata sul passo di Correse era generale -
Dall'alto della torre del castello, in Monterotondo, m'ero assicurato, ch'era falsa la notizia dei due milla Francesi sulla via Romana - che dovevano attaccarci in coda - Notizia che fu data a me stesso, da molti durante il combattimento - Sembra impossibile, che tali cose possano succedere - eppure succedono: Vari, tra i miei stessi ufficiali, di cui la fede era indubitata mi asserivano averla udita - E nella peripezia della pugna - si diceva: Ora in tali frangenti andatemi a cercare l'origine d'una notizia, che implica un nerissimo tradimento - Fratanto tale voce circolava fra i militi, e li sconfortava, - e tra loro si propagava colla velocit del lampo - Malvagia umana! io esclamer - E quanti malvagi non vi sono da purgare in questa societ Italiana, tanto corrotta dai preti, e dagli amici dei preti! -
Una polizia di campo  indispensabile, in ogni corpo di milizia - E tra i volontari, tanta  la ripugnanza delle polizie - che sempre difficile riesce - od impossibile d'istituirla.
Nel principio della notte del 3 Novembre - ci ritirammo sul passo di Correse, poich il ponte di Correse divideva in quell'epoca il territorio Romano dall'Italiano, e passammo il resto della stessa sul territorio Romano, dentro e nei dintorni dell'osteria. Alcuni comandanti mi fecero sapere: che parte dei militi, erano disposti di non abbandonar le armi, e ritentare la fortuna - ma nella mattina io mi persuasi, che tali disposti, o non avean mai esistito - o pi non esistevano.

Nella mattina del 4 Novembre, si deposero le armi sul ponte - ed i militi disarmati passarono sul territorio non papale -
Io devo una parola di lode al Generale Fabrizi, mio capo di Stato Maggiore e che lasciai incaricato per le ulteriori disposizioni del disarmo. Cotesto prode veterano dell'Indipendenza Italiana, comportossi colla solita bravura, sul campo di battaglia di Mentana - e spossato dalla fatica e dagli anni, fu trasportato in Monterotondo accompagnato da' militi - dopo d'aver animato colla parola e colla sua presenza, la gente nostra a far il dovere -
Il collonnello Carav, che comandava a Correse un reggimento Italiano - e che era stato ufficiale ai miei ordini in anteriori campagna - ebbe con noi un contegno veramente lodevole, in tutte le circostanze -
Egli mi accolse, molto amichevolmente, fece per me e per i volontari quanto poteva - e mise ai miei ordini un convoglio della strada ferratta per recarmi a Firenze -
Ma tali, non erano le disposizioni governative: Il deputato Crispi, ch'era con me nel convoglio, opinava: non esservi motivi ad arresto - Io ero di contraria opinione, conoscendo con chi avevo da fare - Conformandovi per all'avviso dell'amico - e non essendovi altro da fare - continai col convoglio verso la capitale -
Nel viaggio le solite miserie governative: di carabinieri, bersaglieri, paure ecc. - viaggiando a tutta velocit - fui finalmente depositato all'antico mio domicilio del Varignano - da mi lasciarono poi tornare alla mia Caprera.
...
.
...
QUINTO PERIODO 1870-1871.
...
.
...
CAPITOLO 1..
...
.
...
Campagna di Francia.
...
.
...
A chi ha la pazienza di leggermi - io accenner una circostanza, che sembrer straordinaria - ma che pure  verissima - e sulla quale preferisco lasciare i commenti al lettore -
Ch'io non sia entrato nelle buone grazie della Monarchia Sabauda al mio arrivo in Italia dall'America nel 1848 -  cosa naturale - Ch'io abbia suscitato delle antipatie fra i suoi servitori, dal primo Ministro ai generali dell'esercito - e da questi agli ultimi uscieri - innestati all'esistenza del governo reggio - era pure conseguenza normale degli uomini e delle cose -
Ciocch non posso esattamente spiegarmi - si : la sfavorevole accoglienza fattami da quegli uomini, che ponno chiamarsi giustamente, i luminari del moderno periodo di risorgimento nazionale, e che ne furono tanto benemeriti - come per esempio Mazzini, Manin, Guerrazzi, ed alcuni de' loro amici -
La stessa sorte toccommi in Francia nel 1870 e 1871 - Eppure in Francia come in Italia, io ho trovato una simpatia entusiastica tra le popolazioni - certamente molto superiore al mio merito.
Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui, e che meritavano la fiducia del paese - mi accolsero imposto dagli avvenimenti - ma con freddezza - Coll'intenzione manifesta - come certe volte m'era succeduto in Italia - di volersi servire del mio povero nome - ma non altro - ed in sostanza privandomi dei mezzi necessari, per cui la cooperazione mia poteva riuscir utile.
Gambetta, Cremieux, Glais-Bisoin - individualmente furono con me gentili - ma, il primo pi di tutti, su cui avrei dovuto aspettarmi - se no, sua simpatia individuale - almeno su d'un concorso attivo ed energico - mi lasci in abbandono per un tempo prezioso -
Nei primi di Settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in Francia - ed io il 6 offr i miei servigi a quel governo - che ebbe sempre vergogna di proclamarsi Republicano -
Il governo Francese stette un mese, senza rispondermi - tempo prezioso, in cui si poteva far molto - e che fu perduto o pochissimo si fece - E qui giova ripetere: esser grande errore dei popoli, che rimangono padroni di loro stessi - come successe alla Francia ed alla Spagna in due settembre consecutivi - di non eleggere il governo di un solo Onesto col nome di Dittattore od altro - ma d'un solo! Non ricorrere ai governi molteplici, generalmente di dottori, che passano la maggior parte del tempo a deliberare, invece di agire celeremente, come esigono le urgenti circostanze -
In Francia, anche peggio fecero - in luogo d'uno molteplice, ve ne furono due - E tutti conoscono il risultato del difettoso sistema -
Invece, eletto un solo - quel desso - avrebbe probabilmente, identificato la sede del Governo col suo quartier generale - ciocch in sostanza ebbero i Prussiani - e che diede loro tanto immenso vantaggio sui loro avversari - Ed in luogo d'una Babele, la Francia avrebbe avuto un governo forte -
Solo in principio di ottobre, seppi che sarei accolto in Francia - ed il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione - venne a cercarmi in Caprera - col piroscafo la Ville de Paris capitano Coudray - e collo stesso giunsi a Marsiglia il 7 ottobre 1870 - Esquiros prefetto dell'illustre citt - e la popolazione entusiasmata, mi accolsero festosamente - ed ivi un telegramma del governo di Tours mi chiamava immediatamente presso dello stesso - Giunsi a Tours ove trovai Cremieux, e Glais-Bisoin, ambo uomini simpatici, e che credo onestissimi - non sufficienti per a sollevare la Francia dalla tremenda sventura, in cui l'avea precipitata il Buonaparte - Essi poi appartenevano ad un sistema di governo vizioso - in cui, anche colla capacit di fare il bene, non lo potevano -
Gambetta giunto in pallone il giorno dopo - scosse alquanto l'inerte macchina governativa, la galvanizz, improvvis dei mezzi immensi; ma fu da meno lui stesso, delle circostanze, sia per il motivo del difettoso governo - per l'erronea disposizione di affidare il nascente esercito agli stessi uomini dell'impero, che avevano perduto il primo - sia per mancanza dell'esperienza necessaria in tali terribili frangenti. A Tours perdetti vari giorni, per l'indecisione del governo - e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa - perch compresi: volersi, come gi dissi, servirsi del mio povero nome - e non altro - L'incarico che si voleva darmi era quello di organizzare alcune centinaia di volontari Italiani che si trovavano a Chambery, ed a Marsiglia - Dopo varie controversie con cotesti Signori - mi recai finalmente a Dole per raccogliere quelli elementi d'ogni nazionalit, che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges -
I Prussiani marciavano su Parigi - dopo Sedan - e naturalmente sul loro fianco sinistro - ove s'addensavano le nuove reclute della Francia essi dovevano tenere dei fiancheggiatori - e questi stessi fiancheggiatori comparvero alcune volte sino nei dintorni di Dole - ove tenevo i pochi uomini da me riuniti, in via d'organizzazione - poco equipaggiati e male armati per molto tempo. Il nostro contegno comunque fu energico - prendendo posizione a Mont Rolland prima e poi nella foret de la Serre - dimodocch Dole fu inviolato in tutto il tempo che noi vi soggiornammo - Marciando l'esercito nemico su Parigi, era naturale, si dovesse minacciare almeno la sua linea di operazione, dal Reno alla capitale della Francia - e tale necessit fu sentita dal governo della difesa - che inviava nei Vosges, la maggiore parte dei corpi dei Franchi-tiratori - ed il generale Cambriels, con una trentina di milla uomini, delle nuove leve dei mobili - alcuni battaglioni del vecchio esercito, e qualche pezzi d'artiglieria - Tutte quelle forze, furono respinte dai Vosges su Besanon, dal preponderante nemico, mentre ci trovavamo ancora a Dole - ed il prefetto Ordinaire di Besanon, mi telegraf per due volte, acci mi recassi da lui, per provvedere ai mezzi d'impedire lo sbandamento delle forze suddette -
Il Sig. Ordinaire avea ideato di ragranellare sotto il mio comando tutte le frazioni di corpi esistenti nel dipartimento - ed io ero stato accolto da tutte quelle truppe e dalla popolazione di Besanon, collo stesso entusiasmo come se trovato mi fossi in Italia. Ma il Sig. Gambetta, giunto poco dopo, trov bene di conciliare ogni cosa, e rimettere agli ordini del generale Cambriers, tutte le forze riunite dell'Est -
Si osservi che il generale Cambriers, alegava: d'aver bisogno di riposo per curare una ferita alla testa, che assai lo incomodava -
Da Dole, ebbi ordine in Novembre, di portarmi colla gente nel Morvan, minacciato dal nemico, e minacciato lo importante stabillimento metallurgico del Creusot - Io scelsi Autun per porvi il mio quartier generale - Ivi trovammo la popolazione alquanto intimorita per l'avvicinarsi dei Prussiani - per cui s'erano gettarti nel fiumicello Arroux, i soli due piccoli pezzi esistenti.
L'arrivo degli Italiani di Tanara, quei di Ravelli, alcuni Spagnuoli greci e Pollacchi, ed alcuni battaglioni di mobili - cominciarono a rialzare un po' l'effettivo del nostro nucleo d'esercito -
Con alcuni pezzi di montagna cominci la nostra artiglieria - che furono seguiti, da due batterie da 4 rigate di campagna -
Alcune guide a cavallo, composte per la maggiore parte d'Italiani, e che divennero due squadroni completti, verso la fine della campagna - cos successe colla cavalleria di linea Francese che cominci con un distaccamento di trenta uomini di cacciatori a cavallo - e verso il termine della guerra, s'acrebbe sino a un reggimento completto.
Si organizzarono tre brigate: la prima comandata dal generale Bosak - la seconda dal colonnello Delpech, che poi pass sotto gli ordini del colonnello Lobbia - e la terza comandata da Menotti -
Alcune compagnie di Franchi-tiratori - comandate: una dal Tenente Colonnello Odoline, altra dal T.te col.o Bran - una terza dal Tte Col.o Grouchy - la quarta dal Tte Col.o Loste - una quinta dal Maggiore Ordinaire - e tutte meno Bran, operando agli ordini di Menotti, e facendo parte della sua 3 brigata - Tutte queste compagnie operarono durante l'organizzazione - come truppe attive tra le collonne del nemico che incomodavano assai -
La quarta brigata, sotto il comando di Ricciotti - si componeva da principio, di sole compagnie di Franchi-tiratori - operando in collonne volanti, come gli altri - e nell'ultimo della campagna la stessa quarta brigata venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati -
Capo di Stato maggiore dell'Esercito il generale Bordone - quest'uomo che pi fece per la mia andata in Francia - e che tanto fu avversato - io lo credo tutt'altro che perfetto - e poco conosco dei suoi antecedenti - se non sia nella campagna del 60 nell'Italia meridionale, ove venne col bravo Deflotte - ed ove serv meritamente - Comunque, in onore del vero, io devo confessare ch'egli giov sommamente all'organizzazione dell'esercito - all'acquisto di ogni cosa necessaria e ch'ebbe un contegno da prode sui campi di battaglia -
Nello stato mio infermo - egli poi, suppl a me stesso in ogni circostanza -
Come secondo capo di Stato Maggiore, il collonnello Lobbia fu pure molto utile -
Mio capo del quartiere generale il collonnello Canzio - sinch egli prese il comando della quinta brigata, a cui agiunse la prima dopo la morte del generale Bosak.
Canzio fu surrogato al comando del quartier generale dal Maggiore Fontana -
Il comandante dell'artiglieria dell'esercito fu il collonnello Olivier Il comandante Bondet, che chiamato all'esercito della Loire, vi mor - comand il primo nostro distaccamento di trenta uomini di cavalleria - Il reggimento di cavalleria, alla fine della campagna, venne comandato dal maggiore d'uno squadrone d'Ussari, di cui non ricordo il nome.
I due nostri squadroni di guide, furono organizzati dal comandante Parlatti -
Il D.re Timoteo Riboli fu capo dell'ambulanza - Il sott'intendente Beaums - serv da intendente sino all'arrivo d'uno di questi - il di cui nome non ricordo -
Il pagatore fu il Collonnello Martinet -
Capo del Telegrafo il collonnello Loir -
Capo del genio - collonnello Gauklair -
Comandante di piazza, presso il quartier generale il T.te Col.o Demay -
Non ricordo il nome del presidente della corte marziale.
Con tale organizzazione un po improvvisata, noi movemmo verso la met di Novembre per Arnay le Duc, e la valle de l'Ouche che scende a Dijon, ove si trovava l'esercito Prussiano di Werden, che minacciava la vallata del Rodano - e che teneva i suoi avamposti verso Dole, Nuits, Sombernon ecc. - taglieggiando con delle scorrerie, tutt'i paesi circonvicini -
Il sedicente esercito dei Vosges, in numero dai sei agli agli otto milla uomini tutto compreso - marciava dunque contro l'esercito vittorioso di Werden di circa venti milla uomini, con molta artiglieria e cavalleria.
Ebbero luogo alcune scaramuccie coi nostri Franchi-tiratori di poco conto - se si eccetua la brillante impresa di Ricciotti su Chatillon sur Seine e quella di Ordinaire.
Nella prima massime, i Franchi-tiratori della 4 brigata, eseguirono una magnifica sorpresa - Essa  narrata nell'ordine del giorno seguente: ORDINE DEL GIORNO.
I Franchi-tiratori dei Vosges, i cacciatori de l'Isre, i cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il battaglione del Doubs, ed i cacciatori dell'Havre, che sotto la direzione di Ricciotti Garibaldi, han preso parte all'affare di Chatillon, hanno ben meritato della Republica.
In numero di 400, essi assalirono circa 1000 uomini - li sconfissero, fecero loro 167 prigionieri tra cui 13 ufficiali - presero 82 cavalli sellati, 4 vetture d'armi e munizioni - ed il carro della posta - I nostri ebbero 6 morti e 12 feriti - pi i nemici - Raccomando i prigionieri alla generosit Francese. Arnay le Duc 21 Novembre 1870
G. GARIBALDI
...
.
...
Si pu dire: che in generale tutti i nostri franchi-tiratori, diventavano ogni giorno, pi temibili al nemico -
Nella prima occupazione di Dijon per i Prussiani, mentre noi erimo ancora tra Dole, e la fort de la Serre - si tent un'attacco di notte su quel nemico, pensando - come si diceva: esser la popolazione di Dijon, disposta a difendersi. E considerando lo stato, in cui si trovava la gente ch'io comandava - era veramente una temerit, la risoluzione nostra: voler andare a misurarsi con un nemico tanto superiore di numero - vincitore di tante battaglie, e quindi aguerritissimo - Ma si trovava - dicevano: la popolazione Digionese combattendo e noi andavamo volentieri a dividerne i pericoli -
Gi erimo a poche miglia della capitale di Borgogna - quando un messo della citt ci anunziava: essersi Dijon arreso, e proibita la resistenza dalle autorit municipali - Retrocedemmo allora verso le nostre posizioni -
Giunti circa alla met di Novembre - ora - nulla ancora s'era da noi operato, tranne i nostri franchi-tiratori - e non mancavano alcune voci d'impazienza, tra i nostri, bramosi al solito di misurarsi col nemico - e forse alcuni lamenti sulla nostra inazione, da parte di coloro stessi che ci negavano i mezzi per un'azione energica - quindi qualche cosa conveniva fare -
Misurarsi in un'attacco di giorno, contro l'esercito di Werden, che occupava Dijon - sarebbe stato stoltizia, e ve n'era proprio da non tornar pi indietro - Si poteva fare una prova di notte - Di notte la diversit delle armi, spariva - Giacch anche in Francia c'eran toccati i soliti ferracci - e questi, nelle tenebre, potevano sembrare i fucili ad ago, con cui erano armati i nemici nostri - Poi, io sono persuaso: che non si deve sparare in un'attacco di notte - massime da militi nuovi - Mentre il piccolo esercito dei Vosges - marciava verso Dijon per la vallata dell'Ouche - tutti i corpi di Franchi-tiratori nostri, per la maggior parte trovavansi sulla nostra sinistra, colla 1 brigata - e convergevano tutti su di noi, per prender parte all'impresa -
La mattina del 26 novembre, essendo io montato a cavallo a Lentenay, per riconoscerne l'altipiano - trovavomi collo Stato Maggiore e quartier generale su quelle alture - quando una collonna d'alcune migliaia di Prussiani, colle tre armi - uscita da Dijon, avanzavasi per la strada maestra verso noi -
La posizione di Lentenay  formidabile, verso il fiume Ouche - Dalla parte dell'altipiano per, verso Paques, e Prenois, essa  complettamente dominata, e intenibile contro forze superiori - Io feci in conseguenza, salire da Lentenay, sull'altipiano, tutte le forze nostre, che si trovavan nel villagio, e collocarle a misura che arrivavano, nei loro posti di battaglia, destra e sinistra della strada per cui giungevano - e lasciando sulla stessa strada alcuni battaglioni in collonna, come riserve - e per una carica decisiva, in caso il nemico si spingesse sino nelle nostre linee.
...
.
...
La maggior parte della 3 Brigata, che formava il nerbo delle forze nostre - occupava la sinistra schierata nell'orlo del bosco, ed avendo le sue linee di tiratori in fronte, sul ciglione della collina, che dominava il bosco suddetto - Le riserve nella strada appartenevano pure alla 3 Brigata.
I carabinieri Genovesi, eran collocati all'estrema sinistra, e la nostra artiglieria, composta d'una batteria di campagna da 4 rigata, e da due batterie di montagna, si era collocata alla sinistra dei Genovesi - per esser la posizione dominante tutte le altre -
Sulla nostra destra, eranvi i franchi-tiratori di Loste - che furono poi rinforzati da quei di Ricciotti e da altri -
La poca cavalleria, formata da trenta cacciatori, e da alcune guide - s'era collocata in fronte del centro nostro, in una depressione del terreno - Si vede quindi: consistere la forza principale nostra, della 3 brigata - formando da essa sola, centro, sinistra, e riserva - in tutto 3 milla uomini circa - E la sedicente 4 brigata, tutta di franchi-tiratori - non contando pi di 4 o 5 cento uomini in quel giorno - e che con tutti gli altri franchi-tiratori, potevano ascendere a circa due milla uomini - In tutto dunque non pi di 5 milla -
Nel combattimento di Lentenay - 26 Novembre 1870 non presero parte la 1 e la 2a brigata - La 1 impegnatasi nel giorno anteriore verso Fleury, - ed erasi in conseguenza di quella pugna, ritirata verso Pont de Pany - La 2 era in marcia, ed arriv il 27 a Lentenay -
Il reggimento Ravelli della 3 brigata composto d'italiani, era pure assente verso l'Ouche -
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Combattimenti di Lentenay e Autun.
...
.
...
La nostra linea di battaglia, sull'altipiano di Lentenay, nell'orlo del bosco, era quasi intieramente nascosta al nemico, che non poteva distinguere altro che i Franchi-tiratori di Loste, sulla nostra estrema destra -
Ci fu il motivo, forse, ch'esso mand un battaglione ad occupare il villagio di Paques - vicino alla nostra sinistra, mentre il grosso delle sue forze, occupava Prnois - e si scorgeva in ordine di battaglia sulle alture di cotesto villaggio - Il battaglione inviato a Paques, sarebbe rimasto prigioniero, se avessimo avuto soltanto, cento uomini di cavalleria -
Occupato Paques dal nemico, io feci avanzare due pezzi della nostra artiglieria, sostenuti da alcune linee di tiratori, che cacciarono, con pochi tiri, il nemico dal villagio -
I Prussiani, mentre ci succedeva, avean fatto gran mostra della loro forza schierandola pomposamente sulle dominanti alture di Prnois - Il loro battaglione si ritir con precipitazione, e loro apena lo sostennero con alcuni pezzi - senza avanzare la superba linea - che stava in riserva - "Dunque essi non sono in gran forza" Ecco il ragionamento ch'io mi feci subito - "Non vengono" io dissi ancora: "ebbene noi andremo a trovarli" - Mi decisi quindi di attaccare, e marciammo risolutamente al nemico, colla stessa ordinanza di battaglia, con cui lo avevimo aspettatto nelle posizioni nostre -
I nostri Franchi-tiratori di destra, caricarono la sinistra nemica bravamente, minacciando di avvolgerla.
La 3 brigata avanzava in ordine perfetto - colle sue linee di bersaglieri al fronte, seguite da collonne serrate di battaglioni - da destare invidia a' soldati pi aguerriti -
Io andavo superbo di comandare tale gente - e mi pavoneggiavo contemplando tale bell'ordinanza su d'un campo di battaglia senza ostacoli - e tanta intrepidezza da parte de' miei giovani fratelli d'arme.
L'artiglierie nemiche collocate sulle alture di Prnois, fulminavano le nostre linee nel loro progresso - e fulminavano come sanno farlo i pezzi dei Prussiani - eppure non si scorgeva nei nostri la minima esitazione; veruna ondulazione nelle linee - ammirabile era il contegno dei nostri militi -
L'energia, la fermezza, e la fredda bravura dei Republicani - scosse l'impassibile intrepidezza, dei superbi vincitori di Sedan; e quando essi si avvidero, che non si temevano le loro granate; ma si avanzava coraggiosamente, e celeremente alla carica, cominciarono la lor ritirata verso Dijon. La fronte del villagio di Prnois da noi assalita, aveva una strada che piegava a sinistra, nell'entrata del paese - per motivo d'esser questo situato su d'una eminenza - e quindi la strada a zig-zag - I nostri caricanti il villagio, ove si trovava ancora un battaglione nemico - non s'accorsero di tale sinuosit della strada - oppure non vollero occuparsene - e marciando direttamente, e velocemente sulle case - incontraronsi con un muro altissimo di un orto adiacente al paese - che molta difficolt e perdita di tempo cagion loro per superarlo -
Una sola compagnia nostra fiancheggi il villagio sulla destra, proteggendo la nostra poca cavalleria - e con questa caricarono, un battaglione di riserva Prussiano, che con due pezzi d'artiglieria, erano rimasti indietro per proteggere la ritirata - vi si distinsero in quella carica, il collonnello Canzio ed il Comandante Bondet, che ambi ebbero morti i cavalli - E la maggiore parte dei cavalieri perdettero pure i cavalli, morti o feriti -
Duolmi non ricordare il nome del capitano della compagnia di fanti - ch'ebbero un contegno magnifico pure, in quella carica -
L'alto muro che incontr la nostra carica di fronte, e che tanta perdita di tempo cagion - ed uno men alto, che trovavasi sul nostro attacco di fianco, a destra, furono la salvezza del nemico - senza dei quali, un battaglione Prussiano ed i due pezzi, cadevano certamente in nostro potere -
Il combattimento del 26 Novembre 1870, sull'altipiano di Lentenay non fu gran cosa per i risultati - ma per il contegno dei nostri militi - al cospetto degli aguerriti soldati della Prussia.
esso fu brillantissimo Dopo l'impegno dell'altipiano, il nemico, cess ogni resistenza, e continu la sua ritirata verso Dijon - noi sino a Dijon lo perseguimmo Con circa cinque milla uomini, e deboli d'artiglieria attaccare il corpo di Werden, trincerato nella capitale della Borgogna, era temerit, lo confesso: e certo non mi sarei esposto di giorno ad un'impresa si formidabile - Ma tale era il concepito progetto: un colpo di mano! E poi erimo stati s felici nella giornata! -
E veramente, solo un disperato colpo di mano ben riuscito poteva rialzar la causa della sventurata Republica in quella parte della Francia - e forse obbligare il nemico, ad abbandonare l'assedio di Parigi minacciando sulla principale sua linea di comunicazioni!
Ma quali mezzi, avea posto in mia mano - il governo della difesa? Io rabbrividisco pensandovi! Lo spirito de' miei poveri militi, era stupendo - e tutti marciarono all'assalto della citt con ammirabile slancio -
Era molta presumere lo sperare una vittoria. Per, in una notte di Novembre, e piovosa, v' molto tempo per ritirarsi, in caso di non riuscita - Ho gi veduto il panico, impadronirsi di truppe numerose e aguerrite - e da quanto seppi poi dagli stessi abitanti di Dijon - in quella notte, vi fu molta confusione tra i vincitori di Buonaparte. La numerosa artiglieria corse per le contrade, qu e l, senza direzione, e fin per esser collocata in nessuna parte - La frazione impedimenta del corpo d'esercito di Werden, bench assai meglio regolata della Francese - non manc di precipitarsi sulle vie di ritirata - Gli uni, col pretesto di salvar la cassa - altri col pretesto di salvar munizioni ecc. Il fatto sta vi fu confusione grande -
Comunque, sia detto in onore della Germania: i numerosi corpi di fanteria, stanziati in Dijon, scaglionaronsi nelle forti posizioni di Talant, Pontaine, Hauteville, Daix ecc. - e ci ricevettero con una grandinata tale di fucilate - come non vidi l'uguale mai - e vi voleva qualche cosa pi che intrepidezza, per presentare il muso a tale tempesta - I miei giovani militi, compirono quanto si poteva compiere in tale circostanza - I posti esterni dei Prussiani furono assaliti l'uno dopo l'altro, e distrutti ad onta di una fiera difesa - La mattina i nostri cadaveri trovavansi ammontichiati su quelli del nemico - la maggiore parte, forati di baionette - giacch l'ordine era di non sparare - Giunti nel forte del vespaio sotto Talant - il fuoco nemico era troppo formidabile da poterlo superare, e si cominci a ripiegare destra e sinistra della strada maestra - per scansare i tiri diretti, che la solcavano orribilmente -
Il nostro assalto delle posizioni di Dijon, cominci verso le 7 p.m. - era oscurissimo, e piovigginava - tutte circostanze molto favorevoli a tal genere d'imprese - Io, sino alle 10, ebbi molta fiducia di riuscire - i corpi nostri marciavano alacremente, e serrati quanto si poteva, l'uno dietro l'altro - sistema ch'io credo sempre preferibile negli attacchi di notte - a meno: che sia possibile inviare delle avvisaglie su altri punti dell'obbiettivo, per chiamarvi l'attenzione del nemico - E ci mi era impossibile: considerando il piccolo numero delle nostre forze, e la natura del terreno -
Verso le 10, i capi della mia vanguardia - mi fecero sapere: esser inutile il persistere nell'assalto, essendo spaventosa la resistenza del nemico, ed impossibile far pi avanzare la gente nostra - che guadagnava la campagna lateralmente alla strada -
Con reluttanza, mi conformai alle asserzioni de' miei fidi - e pensai subito alle sfavorevoli, e repugnanti circostanze d'una ritirata -
Per fortuna era di notte, e di novembre - Il nemico non si mosse dalle sue posizioni, e potemmo eseguire la nostra ritirata indisturbati -
Una ritirata, dopo un combattimento vittorioso, ed un'assalto fallitto - cio camminando dalla mattina alle 10 di sera - per gente nuova come quella da me comandata - non poteva eseguirsi con ordine - massime che si era affamati e stanchi - quindi l'ordine di ritirarsi su Lentenay, fu inesattamente eseguito -
Alcuni presero la via di Sombernon, Arnay le Duc - e sino ad Autun non si fermarono - La maggior parte per giunsero a Lentenay - ed essendovi gi giunti in quel punto, un reggimento di mobili, il reggimento Ravelli, e la maggior parte della 2 Brigata, ci trovammo ancora in numero da far qualche cosa -
Il 27 di Novembre 1870, i prussiani, dopo il meriggio, giunsero sulle alture di Lentenay, in numero pi considerevole del giorno antecedente - ciocch prova esser essi molto numerosi in Dijon. e che Werder avendoci respinti da quella capitale - voleva naturalmente profitare del suo vantaggio - Chi sostenne le prime scosse del nemico, furono i corpi nuovi - trovandosi spossati, quelli che avean combattutto tutto il giorno antecedente - Le forze Prussiane per, essendo imponenti, e la ritirata per i boschi, facile - non s'impegn un combattimento serio - e si continu la ritirata verso Autun - ove si sperava pure di riunire quella gente, che s'era ritirata per diverse vie -
Fra le nostre perdite in quel fatto del 27 - se ne cont una ben sensibile: quella del comandante Chapeau, Marsigliese - un'eccellente e prode ufficiale -
In certi casi, conviene agire coll'animale uomo, come si agisce coll'animale bue - Rompe! lasciatelo rompere, correre a sua voglia - Guai a voi, se commettette l'imprudenza d'attraversare la sua via - egli vi rovescier cavalli e cavalieri - come mi successe a Vellettri nel 1849 - Ove salvai la mia pelle, nera di contusioni per un miracolo -
Rompe! - lasciatelo rompere, fuggire, e contentatevi di tenervi su d'un fianco, o alla coda - egli trover un'ostacolo - non te ne incaricare: lo fermer un fiume, una montagna, la fame, la sete - od una nuova paura, pi prossima o maggiore di quella che lo fece fuggire -
Allora  tempo: riordina come puoi gli animali uomini - procura di trovar per loro da mangiare, da bere, e del riposo; e quando satulli, riposati e rialzati di morale - essi si ricorderanno d'una vergognosa fugga - di dovere calpestato - e di gloria! - La peggiore d'ogni pazzia umana! Meno la gloria, a cui credo, non pensano i bovi per fortuna nostra - succede lo stesso a cotesti bruti - Per esempio: guidati da pi cavalieri, si spaventano per una qualunque causa: un tuono, un lampo, una bufera, od altro - e cominciano a correre, con quella velocit, di cui sono capaci animali selvaggi - Il savio conduttore, non  s stupido di comandare ai suoi uomini, di fermarli attraversando loro la via - sarebbe rovina certa - Ma egli li seguita ponendosi su d'un fianco, o di dietro - e li seguita senza perderli di vista - sinch un'ostacolo qualunque si presenti ai fuggenti: un fiume, un bosco, un monte - ed allora la testa di collonna si ferma, raggira - e tutto il resto raggira e si ferma - I bruti, sono ritornati sotto il dominio del loro tiranno, l'uomo - che non so: se pi di loro valga -
In quel punto ravveduto conduttore ordina ai suoi cavalieri, di circondare la truppa di bovi - ridivenuti docili come agnelli -
In Autun concentraronsi quasi tutti i corpi ritiranti, del sedicente esercito dei Vosges - meno alcuni che corsero pi lontani, per diversi motivi - Corpi intieri ed individui sbandati - certamente per nessuna voglia di combattere - Con questi ultimi, si trovava un collonnello Chenet, comandante della guerriglia d'Oriente che i preti collocarono tra i santi martiri, come S. Domenico, Arbus, e simile canaglia - e pi martire l'avrebbero fatto - s'io avessi lasciato eseguire la sentenza di morte contro lui - pronunziata dalla Corte marziale d'Autun - E Chenet, avea commesso tale militare delitto, tale codardia, da meritare cento volte la morte -
A mezzogiorno, Chenet doveva esser fucilato, ed io lo graziai verso le 11 a.m. in seguito d'intercessione d'alcuni ufficiali - colla condizione per di publica degradazione - ch'io considero certamente, peggiore della morte -
In Autun, quartier generale di predilezione, ove il prefetto Marais, ci avea benevolmente accolti - ed aiutati nella nostra organizzazione - In Autun, dico: si riform l'esercito dei Vosges - e s'acrebbe massime di cannoni, di cui tanto abbisognava. Il 1 Decembre per il nemico imbaldanzito dalla nostra ritirata, ci cerc nelle nostre posizioni d'Autun, e ci comparve inaspettatto. Dico inaspettatto - e potr anche dire ci sorprese - e non vi sarebbero certo, esagerazioni -
Era verso la met della giornata - ed io usciva come al solito, in carozza, per fare una passegiata - Ogni mattina si lanciavano, esploratori a cavallo in tutte le direzioni - e tutti i nostri posti verso il nemico erano occupati da forti distaccamenti - Io avevo visitato, in una mia prima passeggiata di mattino a buon ora - cotesti avamposti, m'ero assicurato della loro esistenza, ed avevo ammonito gli ufficiali di questi, di tener esatta vigilanza -
Gli avamposti suddetti si componevano: della guerriglia d'Oriente comandata da Chenet - dalla guerriglia Marsigliese, comandata, dopo la morte di Chapeau, da un bravo ufficiale di cui non ricordo il nome - questa guerriglia giungeva al convento di S. Martino, centro dei nostri avamposti quando io ne partiva - e finalmente dal battaglione dei Bassi Pirenei alla sinistra, nel convento di S. Jean. Gli avamposti di destra erano collocati in un altro convento: S. Pierre (por la gracia di Dios!) Nella mia passeggiata di mezzogiorno - fidente d'aver i nostri avamposti ben custoditi - non mancai per di puntare il canochiale, dalle ruine d'un tempio di Giuno, Romano, che domina Autun - ov'ero salito - verso le pianure circostanti - Ma le mie osservazioni pare fossero troppo lontane, e nulla vidi -
Nulla scoprendo, dal sito ov'ero disceso per osservare - tornai verso la carozza - ed i miei aiutanti - come al solito - mi sorreggevano gentilmente per ajutarmi a montare -
Avevo un piede sul gradino della carozza, e stavo per sedermivi - quando l'occhio rivolto ad Autun, scorsi nel basso della citt - nel borgo di S. Martino, una testa di collonna nemica, che s'avanzava lentamente - e se avesse continuato a progredire - certo la citt d'Autun diventava facilissima preda dei Prussiani, e l'esercito dei Vosges; io arrossisco al rammentarlo, avrebbe subto una di quelle sconfitte da far paura -
"Subito" ai miei ajutanti a cavallo: "correte da Bordone, a Menotti, a tutti - che prendan le armi e si pugni" Io ero pi schiacciato dalla vergogna, e dal dispetto - che dal timore - Dati gli ordini, la carozza con tutta sollecitudine, scendeva ad Autun - attraversava la citt, e portavasi, con quanta celerit era possibile, al piccolo seminario, ove stava collocata la nostra artiglieria, in una piattaforma di cotesto stabilimento clericale - in posizione dominante - per fortuna - la collonna nemica -
L'artiglieria nostra componevasi allora: in due batterie da quattro rigate di campagna - ed una di montagna - in tutto diciotto pezzi - Ma non v'erano artiglieri - Canzio e Basso, misero il primo pezzo in batteria - quei miei prodi, uno per ruota d'un pezzo, l'ebbero presto puntato all'obbiettivo - furon presto coadiuvati dagli altri miei ajutanti che giungevano successivamente, e finalmente dagli artiglieri rispettivi che precipitatisi fuori dei loro allogiamenti - si comportarono egregiamente -
La sorte nostra - fu: non essere il nemico conscio dello stato di sorpresa in cui ci trovavamo - e dal silenzio e deserto ch'egli osservava dovunque, sospett probabilmente alcuna imboscata - Che se in luogo di fermarsi colla sua testa di collonna a S. Martin - egli entra celeramente in Autun - certo, non trovava affatto resistenza - ed avrebbe sorpreso le genti nostre nei loro quartieri.
I Prussiani invece collocarono le loro artiglierie sulle alture di S. Martin, e cominciarono a trarre contro le posizioni nostre -
Da tale disposizione del nemico, noi fummo salvi - I nostri diciotto pezzi concentrati in posizione dominante quello del nemico - e serviti con ardore dai nostri giovani artiglieri, mortificati d'esser stati sorpresi, tempestarono di proietti l'avversario, e lo obligarono dopo varie ore di combattimento, a ritirare in dietro i suoi pezzi.
Alcune compagnie di Franchi-tiratori, ed alcuni battaglioni di mobili, lanciati sul fianco sinistro dei Prussiani - complettarono la giornata ed il nemico fu obligato di ritirarsi -
Le perdite pi sensibili nostre furono quelle dell'artiglieria, tra ufficiali e soldati - e che ricordi un maggior Nizzardo - Guido - ferito ed amputato d'una coscia -
I Franchi-tiratori, ebbero il solito valoroso contegno -
I due reggimenti Italiani, furono tenuti in riserva nella citt - e pochi presero parte all'azione - se non sia, i carabinieri Genovesi che marciarono al centro - e contribuirono valorosamente alla ritirata del nemico -
Le tre posizioni di avamposti, che dovevano coprire il nostro piccolo esercito, e che non lo coprirono, in Autun, erano: S. Martin al centro, S. Jean a sinistra, e S. Pierre a destra - (anche i Francesi non burlano per abbondanza di santi, che sembrano, come a noi, poco atti a proteggerli) S. Jean era guarnito da un battaglione di mobili dei Bassi Pirenei - della 3 brigata, che aveva tutte le simpatie di Menotti, e le mie - e che ne fu ben degno - sempre - e massime in tale circostanza - comportandosi valorosamente - ed imponendo rispetto al nemico -
Alcuni distaccamenti di mobili, tennero pure a S. Pierre - Nel centro per la forte posizione di S. Martin, venne abbandonata dalle due guerriglie d'Oriente e Marsigliese, circa 700 uomini, per ordine e codardia del coll.o Chenet - e tale abbandono, pare: ebbe luogo prima dell'arrivo del nemico - per cui questo a suo bell'agio pot occupare l'importante posizione - Se questo non sia un tradimento per parte del suddetto collonnello - io non saprei trovarvi altro titolo -
Comunque sia - e comunque, voglia egli giustificarsi - sostenuto dai clericali in Francia - la condotta di tale ufficiale - che senz'ordine abbandon la pi importante delle nostre posizioni, ponendo cos l'esercito al rischio d'esser distrutto - e la citt saccheggiata - conducendo nella sua fuga, il corpo che comandava - ed un altro corpo, che ubbid alle sue insinuazioni per imperizia degli ufficiali - fuggendo in dietro per 40 o 50 Kilometri -  qualche cosa che non ha nome! qualche cosa, che non ricordo d'aver udito succeder giammai nella mia vita militare! Una colpa, che non ha castigo sufficiente per reprimerla! -
Ebbene quel collonnello Chenet, ch'io ebbi la dabbenaggine di strappare alla morte - cui lo avea condannato la corte marziale - quel vigliaco dico: divent il sommo eroe dei preti, e della chauvinerie - da cui poco manc non venisse beatificato - e che ebbe dai giornali reazionari sperticate biografie, e lodi per l'azione la pi scellerata del mondo -
Tale  questo secolo civilizzato - la di cui base principale di civilt,  la corruzione, e la menzogna! -
Io non voglio terminar quest'articolo, senza ricordare il simpatico e coraggioso corrispondente del Daily News - il giovin Zicchitelli - Egli non combatt contro i Prussiani - no! la sua missione non era quella - ma mi serv stupendamente d'ajutante, nel tempo ch'ebbi la fortuna d'averlo in compagnia -
Al combattimento di Lentenay, io passai varie ore a cavallo - e siccome non avevo cavalli propri - mi si era offerto un cavallo qualunque - Cotesto povero animale, al principio della pugna, non so per qual motivo, si lasci andare sui quattro piedi, e stramazz - ponendomi dolorosamente sotto, colla mia coscia sinistra -
Grazie agli amici miei che mi attorniavano, fui subitamente tolto d'impaccio, e Zicchitelli che si trovava al mio fianco, mi offr gentilmente, ed io accettai un eccellente suo cavallo bianco, che cavalcai il resto della giornata -
Marais, sotto-prefetto d'Autun,  pure un nome che gli Italiani dell'esercito dei Vosges, ricorderanno, con amore e gratitudine -
Quell'onesto Republicano - ci accolse con benevolenza e simpatia al nostro arrivo in Autun - e nel soggiorno nostro in quella citt - mai egli cess di esserci benevole -
Il 1 Decembre in cui fummo attaccati dai Prussiani il sotto-prefetto Marais, lasci la prefettura - e col suo fucile - presentossi valorosamente, in fronte dei combattenti, facendo la sua fucilata quale semplice gregario.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
21, 22 e 23 gennaio 1871.
...
.
...
La vittoria di Autun, rimont il morale un po scosso dei nostri giovani militi - e quei Prussiani che ci avean respinti a Dijon - erano a loro volta da noi respinti, e cacciati in disordine.
Un corpo fresco, bench non numeroso - avrebbe bastato a precipitar la ritirata del nemico, e lo avrebbe obligato almeno di abbandonarci i suoi cannoni; e buon numero di prigionieri - Lo cercai invano - E ci che noi non eseguimmo, fu operato dal generale Cremer - che trovandosi presso Beaune, con alcune migliaia d'uomini - buona truppa - varc i monti da Beaune a Bligny - ed attaccando il nemico di fianco verso Vendenesse - lo mise in rotta completta -
La maggiore parte di Decembre fu passata a Autun, in organizzazione di nuovi corpi, qualche artiglieria di pi - ed alcuni squadroni di cavalleria - In aspettattiva sempre di capotti, indispensabili per la rigidit della stagione - ed altri oggetti di vestiario - e fucili per rimpiazzare il nostro vecchio e pessimo armamento -
Il fatto d'armi d'Autun, acrebbe pure il prestigio del nostro piccolo corpo, e le popolazioni che furono salvate da quella vittoria ci benedicevano ed a gara c'inviavano, molti oggetti di lana per i nostri militi - e somme di denaro per i nostri feriti -
A Autun, servimmo di cortina, e protezione, ai due movimenti di fianco, che si operarono da Chagny a Orleans, dal generale Crousat - e dal grande esercito della Loire, verso l'Est, comandato dal generale Bourbaki - Tutto il paese coperto di neve e ghiaccio, faceva ben penibili cotesti movimenti, e micidiali per cavalli ed uomini - In conseguenza del movimento del generale Bourbaki, i Prussiani abbandonarono Dijon, e noi l'occupammo con alcune compagnie di Franchi-tiratori - e l'avressimo occupato subito, con tutte le forze nostre, se i treni della strada ferrata non fossero stati impiegati al servizio del generale suddetto -
Tra la fine di Decembre, ed il principio di Gennaio, la temperatura era divenuta rigidissima - la neve s'era consolidata in ghiaccio, ed il transito diventato difficilissimo, massime per cannoni, e cavalleria - I nemici, con truppe aguerrite - equipagiate di tutto punto - col prestigio della vittoria - e colla presunzione del soldato vincitore in paese straniero - ove si fa lecito - siccome facevano - non solo di spogliare di ogni vivanda e suppelletili i poveri abitanti - ma di cacciarli da letto per porvisi - I nemici dico: avevan molti vantaggi sugli inesperti soldati Francesi - di nuova formazione - e mancanti delle cose pi necessarie -
Il movimento del generale Bourbaki, ben ideato, era di difficile esecuzione, per i motivi accennati - e per tanti altri: particolarmente il pessimo congegno degli Intendenti -
Un generale di cavalleria dell'esercito di Bourbaki, che pass ad Autun, colla sua divisione, e visitommi - mi assicur esser quell'esercito, in uno stato ben deplorabile - "Io, mi disse: - posso far fare ai miei cavalli in marcia pochi kilometri - ma certamente, essi sono nella incapacit di combattere - e deteriorano ogni giorno - " Cos succedeva ai cavalli dell'artiglieria, e dei treni - e cos succedeva in ogni arma - e potevasi sin d'allora vaticinar sventure a cotesto esercito -
Quel numeroso e giovane esercito - con quindici giorni pi d'organizzazione e di riposo - passato il terribile periodo dei ghiacci di gennaio - avrebbe potuto ravvivare le speranze della Francia esausta e prostrata - Invece esso fu sprecato e distrutto d'un orribile modo -
Il movimento di Manteuffell, parallello a quello di Bourbaki, per ingrossare le forze di Werden, e degli assediati a Belfort - mi era noto, e secondando il desiderio del governo, io avrei certamente fatto il possibile per arrestarlo nella sua marcia di fianco - Dio sa, quanto io ero dolente di non poter eseguire tale operazione - che tanto avrebbe giovato all'esercito dell'Est - Mi vi provai una volta - ed ero uscito di Dijon col nerbo delle mie forze - per attaccare il nemico a Is-sur-Till - lasciando al comando della citt il generale Pelissier, con una quindicina di milla mobilizzati - Ma fui indotto dalle forti collonne nemiche, che mi stavano a fronte - di ripigliare le primitive posizioni - Comunque, due delle mie quattro brigate: la seconda e la quarta, operavano sulle comunicazioni del nemico - congiuntamente a tutte le compagnie dei miei Franchi-tiratori -
Deciso di difendere Dijon, la mia prima cura fu di continuare le opere di fortificazione - che gi erano state cominciate dai Prussiani, e dal generale Pelissier -
Le posizioni di Talant e Fontaine, che dominano la strada principale che va a Parigi - e che sono nello stesso tempo, le pi eminenti, ed importanti, a due kilometri a ponente della citt - furono le prime ad esser coronate da alcune opere volanti - e vi si colloc: a Talant due batterie di campagna da 12, e due da 4 - e nella seconda una battaria da 4 rigata di campagna, ed una di montagna dello stesso calibro -
Alcune batterie da 12, che il governo mandava successivamente al generale Pelissier - si collocavano in altre opere, innalzate a Montmuzard, Mont Chap - a Bellain - e nelle altre posizioni, le pi indicate nella cinta di Dijon - per tener lontani i fuochi del nemico dalla citt - in caso di un attacco; ciocch si doveva aspettare da un giorno all'altro -
Nella guerra - domina Signora la Fortuna - e fummo veramente favoriti da essa - attacandoci il nemico nel 21 Gennaio dalla parte di ponente - e si pu dire: ch'egli attacc il toro per le corna -
Studiato, da noi il terreno, acuratamente, da quella parte, con forti posizioni coperte di muri e ripe, per linee di tiratori - destra e sinistra della strada maestra - e con 36 pezzi di artiglieria, collocati sulle formidabili posizioni di Talant e Fontaine - che dominano tutto - la nostra difesa riusc brillante -
E ve n'era ben donde: poich la formidabile collonna che ci venne dalla strada di Parigi - poteva ben chiamarsi: collonna d'acciaio! - Ed appena furono bastanti i nostri 36 pezzi, infilanti la strada - e varie migliaia dei nostri migliori distesi dietro ripari - per fermarla - Accertato l'attacco da quella parte, vi si concentr buon nerbo delle nostre truppe - senza il bisogno di sguarnire il settentrione, e la parte da levante, della cinta di difesa - ov'io supposi sempre, che vi sarebbe il principale attaco - e da ponente - solo un'attacco finto - Non fu cos: l'attacco fu da ponente - per sorte nostra - e solo da quella parte - con attacchi simultanei per di corpi fiancheggiatori, alla sinistra del nemico, verso Hauteville e Daix - e per la sua destra, verso Plombire nella vallata dell'Ouche -
L'attacco fu formidabile: io vidi in quel giorno soldati nemici - come mai avevo veduto migliori - La collonna che marciava sulle nostre posizioni del centro, era ammirabile di valore e di sangue freddo - Essa ci giungeva sopra compatta come un nembo - a passo non celere, ma con una uniformit - un ordine, ed una pacatezza spaventevoli -
Quella collonna battutta da tutte le nostre artiglierie in infilata, e da tutte le linee di fanteria in avanti di Talant e Fontaine, lateralmente alla strada, lasci il campo coperto di cadaveri - e per varie volte riordinandosi nelle depressioni del terreno, essa ripigliava il suo contegno ed il suo progresso - collo stesso ordine e pacatezza - Eran famosi soldati! -
Un solo istante furono i nostri sconcertati da un terribile attacco di fianco sulla destra nostra dalla parte di Daix, che ci cost un buon numero di prodi - questi, respinti i nemici, sin dentro un cimitero del villagio - si vedevano arrampicarsi per il muro e stringersi alle baionette Prussiane per strapparle -
Sulla nostra sinistra invece il nemico era avvilupato da forti linee di tiratori nostri a martello - e minacciato d'aver tagliata la sua destra di Plombieres.
Cotesta destra nemica fu pure assalita a fucilate dalle genti del collonnello Pelletier, e franchi tiratori di Bran, che scese da Bellair sulla valle dell'Ouche - l'obligaron a precipitosa ritirata.
Cos dur la battaglia dalla mattina sino al tramonto - con quanto accanimento fosse possibile, da una parte e dall'altra - e senza un vantaggio marcato da nessuno - Al tramonto noi erimo padroni delle posizioni tenute nella giornata ed il nemico stava sulle sue -
Ma qui successe ciocche ho veduto succedere in altre simili circostanze, tra truppe nuove, e soldati aguerriti - questi stanno agli ordini - e gli altri col pretesto delle munizioni, della fame della sete od altro - cercano di lasciar i loro posti, per andare a rifocilarsi - oppure a raccontare le glorie della giornata. E ci succede particolarmente se vicini ad una citt.
Io non cesser quindi di raccomandare ai miei giovani concittadini, la maggior costanza e pertinacia nei combattimenti.
NOTA: Due eserciti in America, dopo d'aver combattutto valorosamente di giorno, giunse la notte ed ambi abbandonarono il campo di battaglia. Uno dei due generali lo seppe, torn sul campo, e si proclam vincitore. FINE NOTA.
A misura che giungevano le tenebre della notte, i nostri militi, che avrebbero potuto molto bene tener le posizioni, s valorosamente difese nella giornata - con un pretesto o coll'altro - ritiravansi verso la citt, e s'agglomeravano sullo stradale sotto Talant - Dimodocche vi formarono una confusione, da non potersi pi intendere - ne dare, ne ricevere ordini - ed io stesso che discendevo da Talant - ov'ero in tutta la durata della pugna - mi trovai ingombrato in una folla densissima da non poter pi governare il mio cavallo.
Il nemico all'incontro pi astutto ed aguerrito, esplorando le posizioni nostre avanzate, e trovandole sgombre, venne avanti - e ci fulmin con orrenda scarica, mentre ci trovavamo nella confusione suddetta - e per fortuna ci trovavamo in una depressione di terreno - e fra il nemico e noi, una marcata eminenza - per cui le palle passarono per la maggior parte sulla testa - E l, la folla mi spinse s brutalmete - che poco mancai di andar gambe all'aria col mio cavallo.
La ritirata dei nostri posti avanzati - ed il procedere avanti del nemico mi fecero passare una brutta nottatta - peggiorata poi assai dalla circostanza seguente.
Eran le 11 p.m. Io m'ero sdraiato - stanchissimo - sul mio lettuccio nella prefettura di Dijon - quando una comitiva, composta: dal generale Pelissier - dal Maire della citt - parte del consiglio municipale, e della magistratura - venne a parteciparmi: che il nemico era in dentro delle nostre linee - in possesso di Talant, e forse di Fontaine - e che un colonnello nemico - per parte del generale, comandante le forze Prussiane - avea significato ad un magistrato, l presente: che se all'alba Dijon non capitolava - egli l'avrebbe bombardata.
A 64 anni - ed avendo veduto un po di mondo - non  poi tanto facile d'esser corbellati - ed io concep all'istante: esser una corbelleria del generale nemico, innalzato alle rodomontate dalle strepitose vittorie degli eserciti Prussiani - Comunque, tale notizia comunicatami da persone autorevoli, non era da disprezzare - Giacch il magistrato presente che la comunicava - era uscito verso il campo di battaglia, la sera, in cerca d'un figlio che temeva ferito - e l s'era incontratto col collonnello Prussiano suddetto - Fu quindi terminato il mio riposo - e diedi ordine di attaccare subito i cavalli alla mia carozza - dando quante disposizioni mi furono possibili, per l'invio di esploratori, alla rettificazione dell'annunzio.
Le vie erano cristallizzate dal ghiaccio, e nevicava - per un invalido come son'io era ardua l'impresa di riccorrere gli avamposti - Ma non v'era altra via. Come si poteva rimanere in casa a tale notizia - colla gente spossata, e con un nemico s intraprendente e valoroso?
Dopo d'aver ordinato, un buon nucleo della miglior gente - ciocch abbisogn di varie ore - e d'aver comandato, che tutti si trovassero pronti a combattere prima di giorno - io m'incamminai nelle prime ore antimeridiane, verso Montchapp, prima delle nostre posizioni verso il nemico - ove eran collocati due pezzi da 12, protetti da un battaglione di mobilizzati - Nulla trovai di nuovo in quel punto - e tutto in buon'ordine.
Mi recai in seguito a Fontaine - e finalmente a Talant, ove nessuna traccia si trov del nemico - Era stata una mera Gradassata dei Prussiani la minaccia del bombardamento - ed invece nel giorno 22 non fummo bombardati da loro - ma verso sera, ebbimo la fortuna - dopo un'altra giornata di combattimento - di cacciarli dalle posizioni occupate la vigilia e metterli in fuga.
Pertinaccia e costanza nelle battaglie: Ecco una delle chiavi della vittoria! "Ma la gente  stanca - siamo stanchi ed affamati! S! ebbene, andate in cerca di cibo e riposo - Il nemico verr avanti - vi mangier i viveri raccolti, e riposo... ve lo dar col calcio del fucile" -
Pertinaccia, costanza, e vigilanza sopratutto - questo poi, mai  abbastanza - quanti generali si conoscono fra gli odierni - che per esser generali, generalissimi, o pi alti ancora, credono d'essere dispensati d'assistere da vicino, nelle battaglie - e si contentano da lontano, di ricevere delle informazioni, e dare degli ordini ai comandanti di corpi loro subordinati.
Errore! Il comandante supremo - senza esporsi inutilmente - deve assistere tanto vicino che possibile, al centro od obbiettivo del campo di battaglia - In alto - ove lo possa, da poter scoprire pi terreno - e da imprimere una preziosa celerit: agli ordini inviati, ed alle informazioni da ricevere - Il colpo d'occhio dell'uomo che deve dirigere - poi - vale sempre assai pi delle informazioni.
Il 22 Gennaio 1871 - prov: che se noi erimo stanchi della battaglia del 21, i Prussiani eran pi stanchi, e pi sgangherati di noi - poich valorosi ed intrepidi come s'erano mostrati nel primo giorno - lo furono ancora nel secondo - ma tennero meno - e ci mi fece sperare: che nel 23, avressimo tempo di riposare dalle fatiche dei due giorni antecedenti.
Il 22 Gennaio perdevamo tra gli altri, un'ufficiale di molto merito - il comandante Loste, dei franchi-tiratori riuniti - corpo dagli ottocento e tanti uomini - che molto contribu a respingere il nemico, attaccandolo vigorosamente sul fianco destro nel giorno antecedente, e che coadjuv molto alla vittoria del 22 - Egli fu sorrogato nel comando di quel bravo corpo - dal Tenente collonnello Baghino ufficiale di belle speranze.
La valanga dei Prussiani (per servirmi del moto d'un mio ufficiale di merito) era s grande - che fummo minacciati d'esser sepolti anche nel giorno 23 -
Essi verso la met della giornata, ci minacciarono d'un attacco su Fontaine - e v'inviarono alcuni battaglioni - fingendovi un'assalto - ma subito dopo comparvero a settentrione sullo stradale di Langre - in dense collonne, e con collonne di fiancheggiatori, da levante verso Montmuzard, e S.t Apollinaire.
L'attacco sulla via di Langre fu formidabile, e degno del terribile esercito che ci stava di fronte - quasi tutti i nostri corpi piegavano - meno la 4 brigata che si sostenne in una fabrica di nero animale, munita per fortuna d'un chiuso, ove s'erano praticate delle feritoje - alla sinistra della strada. Alcune centinaia di militi, della 5 brigata, in formazione, e decimata nel combattimento del 21 - sostennero pure l'urto, in uno stabilimento contiguo indietro, e si riunirono poi alla quarta - Questi corpi, rimasero per un pezzo, avvilupati dal nemico, per la ritirata dell'ala destra nostra - Avendo il nemico collocato le sue artiglierie, sulla prima collina che domina Pouilly e Dijon, a tramontana - e tirando con quella maestria a cui ci aveano assuefatto i Prussiani - ci smontarono in poco tempo tutti i nostri pezzi del centro collocato sullo stradale, e lateralmente - sostenendo alcun tiro da parte nostra, 2 pezzi di Montmuzard, 2 del Montchapp ed altri due che si collocarono su d'una strada obliqua allo stradale, e sulla destra dello stesso - quando si vide l'impossibilit di tenerli nella prima posizione - fulminata dalle artiglierie nemiche.
Verso il tramonto, la nostra situazione era critica, ed i Prussiani padroni del campo - minacciavano d'assaltare la citt. Ai nostri corpi ritirati si procurava di assegnare posizioni indietro presso la stessa cinta - ove vi sono buona mano di recinti, ed alcuni muniti di feritoie -
Alcuni codardi disertati dai loro posti - o che avevano moneta da metter in salvo, gi avean sparso l'allarme in citt - e lo spavento dovunque, sollecitando treni alla stazione della ferrovia per esser trasportati in salvo, presto.
La nostra estrema sinistra formata per la maggior parte della 3 brigata - e situata a Talant, e Fontaine - alla vista della ritirata del centro - aveva spinto i suoi franchi-tiratori sulla destra nemica - e marciava risolutamente per sostenerlo e sull'imbrunire alcuni corpi di mobilizzati sulla destra nostra - spingendosi energicamente su Pouilly - obbiettivo principale del campo di battaglia - ricacciarono il nemico dal terreno conquistato, e lo respinsero sino al di l di quel castello di Pouilly a un tiro di cannone di Dijon, ch'era stato abbandonato dai nostri al principio della battaglia.
In tal modo, la 4 brigata, cui si doveva il primo onore della pugna, venne rischiarata dal nembo nemico, che l'avea avvolta per un pezzo - e nel respingere i reiterati assalti del 61 reggimento Prussiano, e combattendo corpo a corpo - essa pervenne a toglierli la bandiera - lasciata sepolta sotto un monte di cadaveri.
Io ho gi veduto alcune pugne ben micidiali - e certamente ho contemplato poche volte, s gran numero di cadaveri, ammotichiati su piccolo spazio, a tramontana dell'edifizio suddetto - come vidi in quella posizione, occupata dalla 4 brigata, e da parte della 5.
Narrando della 4 e 5 brigate, opposte ad un reggimento Prussiano - non si creda: fossero esse brigate complette - ma nuclei di brigate in formazione esse erano; contando la 4 circa mille uomini - e meno di 300 la 5.
Nelle prime ore della notte, il nemico era in piena ritirata - e per vari giorni, ci lasci tranquilli in Dijon - Sgombr pure i villagi circostanti che noi occupammo.
La maggiore parte dei nostri Franchi-tiratori, che onorevolmente, avean partecipato ai tre giorni di pugna, furono nuovamente lanciati su tutte le direzioni verso le comunicazioni del nemico - da Sombernon a Dole ecc. - E la 2 brigata staccata dal corpo principale da pi giorni, guerreggiava splendidamente a tramontana nei dintorni di Langre.
Io non dar termine alla narrazione della gloriosa battaglia di Dijon, senza un ricordo al mio diletto amico e valorosissimo fratello d'armi, il generale Bosak.
Cotesto eroe della Polonia, m'avvis nella mattina del 21 Gennaio - che siccome correvano voci dell'approssimarsi dei Prussiani venendo da val Suzon - egli stesso pensava di scoprirli - Alla testa di pochi uomini, egli s'avanz verso il nemico, per riconoscerlo e riconoscerne il numero - Ma spinto da indomito coraggio - egli freddamente s'impegn nella vanguardia nemica, e volle assicurarsi se stesso di quanto occorreva, per dare un esatto raguaglio - e s'impegn talmente, che sdegnando di fuggire - egli cade vittima della sua bravura.
Io stetti molti giorni senza saper di lui - e si credette, che fosse rimasto ferito in qualche casa di campagna - Anzi, allo Stato Maggiore si conosceva la preziosa perdita - e mi si nascondeva per delicatezza.
Io confido: quando la Francia abbia un governo migliore - essa adotter, ne sono certo, gli orfani del prodissimo Bosak che mor per essa.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
1871. Ritirata. Bordeaux. Caprera.
...
.
...
Le notizie dell'armistizio prima - della capitolazione di Parigi poi, e finalmente l'emigrazione dell'esercito di Bourbaki in Svizzera - cambiarono l'aspetto delle cose - ed un certo panico, ed incertezze, s'impadronirono delle popolazioni, che avean sperato in un miglioramento nelle condizioni della Francia, coi vantaggi da noi ottenuti - Nella maggior parte l'effetto fu favorevole - sperando prossimo il termine di quella terribile guerra -
Come m'era successo sempre in Italia - approssimandosi la fine, il governo della difesa largheggiava per noi, in mezzi d'ogni specie, ed in accrescimento di forze d'ogni arma - Il nostro piccolo esercito, coll'agregazione d'una quindicina di milla uomini dei mobilizzati del generale Pelissier, ascendeva a circa 40 milla - Comunque, il nemico libero di Parigi, e dell'esercito dell'Est passato in Svizzera; cominciava ad ammassare su di noi, forze imponenti - e malgrado tutte le opere di difesa da noi eseguite, e l'aumentazione nostra numerica - esso avrebbe finito per schiacciarci, od attorniarci come avea fatto degli eserciti Francesi - a Metz, a Sedan, ed a Parigi -
I Prussiani coi loro strepitosi vantaggi, facean naturalmente la parte del lupo - e mentre avea luogo l'armistizio a Parigi, ed in tutta la Francia, per noi non era valevole.
Una delimitazione poi, male accennata, che diceva di traversare la Borgogna - spiegava malissimo il terreno neutro, tra le linee nemiche, e le nostre - ma ci cacciava in ogni modo da Dijon, e da tutte le posizioni occupate sin'ora - rigettandoci verso ostro -
Facendo, ripeto: la parte del lupo - il nemico insolentiva, a misura che riceva rinforzi - ed ogni giorno li riceveva considerevoli - E con uno od altro pretesto, egli tent varie volte di avviluppare i nostri avamposti e farli prigionieri - A ci non riusc per, avendo da fare con gente che di lui non si fidava.
Per ordine del governo di Bordeaux, dovevasi trattare coi Prussiani, per armistizio delimitazione ecc. - ed il generale Bordone, capo di Stato Maggiore, recossi varie volte nel campo nemico a tale oggetto - Siccome dissi per: il risultato della sua missione fu: che per noi non v'era armistizio -
Dal 23 Gennaio al 1 Febbraio, si tenne come si pot nella capitale della Borgogna - in tutte le nostre posizioni - contro l'incalzante avversario - Esso, certamente, colle lezioni ricevute nei tre giorni di combattimento - capiva che non bastavano poche forze per scuoterci - e ne accumulava - alla sordina s - ma molte - e verso la fine di Gennaio, le sue collonne occupavano in forza la nostra fronte, e cominciavano a stendersi per avvilupare i fianchi nostri - l'esercito di Manteuffell libero dal nostro dell'Est, scendeva verso la vallata del Rodano, e minacciava la nostra linea di ritirata -
Il 31 Gennaio si cominci a combattere, verso la sinistra nostra - dalla mattina, e si continu sino a notte avanzata - Il nemico ci tastava su vari punti, prendendo posizioni al di fuori di Dijon, per un'attacco generale - Alcuni corpi Prussiani, mostravansi nella valle della Saone, minacciando di prenderci a rovescio per la nostra destra.
Non v'era tempo da perdere - Noi erimo l'ultimo boccone, che avidamente solletticava il grande esercito vincitore della Francia - e senza dubbio esso voleva farci pagare la temerit d'aver contestato per un momento la vittoria.
Si ordin la ritirata su tre collonne: La prima brigata - comandata da Canzio dopo la morte del generale Bosak - a cui s'era agregata la 5 doveva scendere parallellamente alla strada ferrata di Lione - proteggendo l'artiglieria pesante e tutto il nostro materiale che marciavano in vagoni - La 3 brigata con Menotti s'incammin nella vallata dell'Ouche, verso Autun - La 4 prese la via di S. Jean de Losne, per la sponda destra della Saone verso Verdun -
Il quartier generale, marci in via ferrata - e fu fissato a Chagny, punto centrale della riunione dell'esercito - e vari altri corpi, e compagnie di Franchi-tiratori distaccati dalle brigate si diressero pure sulla nuova base - Tutto fu eseguito col miglior ordine possibile grazie all'attivit del capo di stato maggiore, del comandante generale d'artiglieria collonnello Olivier - e dei comandanti dei corpi in generale - senza esser molestati dal nemico - e con minor confusione, di ci che si poteva aspettare da truppe nuove, in una ritirata notturna -
La ritirata ebbe luogo nella notte del 31 Gennaio al 1 Febbraio - ed il nemico occup Dijon, verso le 8 a.m. del 1 -
Da Chagny il quartier generale pass a Chalons-sur-Saone - poi a Courcelles, in un castello nelle vicinanze di quella citt. La capitolazione di Parigi, essendo un fatto compiuto, e l'armistizio ridottosi a preliminari di pace - io eletto fra i deputati all'assemblea nell'8 febbraio, decisi di recarmi a Bordeaux, ove quella doveva riunirsi, coll'unico intento di portare il mio voto all'infelice Republica - e lasciai Menotti provisoriamente al comando dell'esercito -
Tutti sanno, com'io fui ricevuto dalla maggioranza dei deputati all'assemblea - e certo di nulla pi potere per lo sventurato paese ch'ero venuto a servire nella sciagura - mi decisi di recarmi a Marsiglia, e di l a Caprera, ove giunsi il 16 Febbraio 1871.
L'esercito dei Vosges, composto di elementi troppo Republicani, dovea naturalmente godere dell'antipatia del governo di Thiers - e fu sciolto.

...
.
...
Civitavecchia 15 Luglio 1875.
...
.
...
APPENDICE ALLE MIE MEMORIE.
...
.
...
La battaglia di Custoza, di cui ho la pianta qui presente - somiglia a tutte le battaglie antiche, e moderne ove il genio ha prevalso da una parte - Da Epaminondas - alle battaglie di Leuctro e di Mantinea - sino ai generali prussiani del 70 - la regola delle battaglie oblique  stato incontestabile ed ha prodotto vittorie sempre. A Rosbach Federico secondo - con tutta la massa delle sue forze - e colla celerit delle sue manovre prendeva l'esercito Francese di Fianco, e lo schiacciava.
A Mantova Napoleone 1 sentendo gli Austriaci che scendevano dalle due sponde del Garda - abbandonava le sue grosse artiglierie - e marciava con tutto il suo esercito a battere seperatamente i due corpi nemici rifiutando una delle sue ale.
In America il generale Paz - sapendo il generale Echague, schierato in battaglia dietro un cappao (isola d'alberi) - present al nemico una linea parallella - coll'ordine per di rifiutare la destra e rinforzare la sinistra - In tal modo: la sinistra d'Echague, trov soltanto pochi squadroni di cavalleria alla destra del nemico, che si ritirarono al galoppo - Intanto la sinistra di Paz rinforzata dalle migliori truppe, sconfisse la destra nemica ed ottenne cos una splendida vittoria.
A me duole di dover fare l'elogio d'un generale Austriaco - comunque ad edificazione della giovent nostra che avr forse bisogno ancora di combattere soldati stranieri - io devo narrare il vero - l'Arciduca Alberto fu il solo e vero generale della battaglia di Custoza. Profitando dell'errore commesso dai nostri - di passare il Mincio sulla grande estensione da Mantova a Peschiera - egli, simul attacchi sulla destra nostra, e sul centro, e massando i suoi tre corpi d'esercito sulla nostra sinistra - egli schiacci cogli ottanta milla uomini che comandava, il solo corpo di Durando.
I nostri corpi del centro e della destra - divertiti con alcune finte cariche di cavaleria - seppero tardi la sconfitta della nostra sinistra - e conseguentemente agli errori commessi sino dal principio della campagna - sei o sette brillanti divisioni si ritirarono mordendosi le labbra per non poter combattere. Ho detto errori commessi sino dal principio della campagna - e fu veramente cos.
Perch dividere l'esercito in due? Errore condannato in ogni tempo - Forse per compiacere il brillante generale Cialdini - che ripugnava di ubbidire al generale Lamarmora capo di stato maggiore?
Non bastava una divisione per minacciare il passaggio del Po - senza impiegarvi 90 milla uomini delle migliori truppe - che, ad altro non servirono, che a dar un impronta vergognosa di ritirata al nostro prode esercito -
E narro del nostro prode esercito con orgoglio - Duolmi veramente: manchino a noi quei superbi generali Govone, Bixio, Cuggia, Sirtori, che tanto oprarono in quella giornata - alla testa di quei valorosissimi nostri militi - e che se fossero stati sostenuti come si doveva - avrebbero glorificato quel campo di battaglia con inni di trionfo - Ecco dunque, giovani ufficiali - che forse dovrete ancora affrontare prepondernti sui campi di battaglia.
Ecco gli errori commessi dai nostri: Tutto il corpo di Cucchiari, tre divisioni, la divisione Bixio, la divisione Umberto, la divisione Pianell, e la divisione Cosenz - cio sette divisioni - non entrano in battaglia - mentre i tre corpi d'esercito nemici, combattono la nostra sinistra e la schiacciano.
Tuttoci  dovuto alla sagacia del generale nemico.
Di pi delle sette divisioni non impegnate - oltre a trenta batterie della riserva, rimasero inattive, e si ritirarono senza fare un tiro!
Tutte coteste forze intatte - bastavano da sole se impiegate a tempo - per sbaragliare un nemico scosso e disordinato da una giornata di battaglia.
...
.
...
FINE.